Le violenze naziste a Trieste: dalla Risiera di San Sabba al Silos, la mappa della repressione
Lo studio dei docenti Tullia Catalan e Roberta Altin: nel vecchio deposito situato a fianco della stazione ferroviaria centrale vennero rinchiusi i prigionieri e poi ridiventò luogo di passaggio per i deportati verso i lager.

Se nell’accezione comune la storia dell’occupazione tedesca di Trieste è sempre coincisa con la sola Risiera di San Sabba, ormai divenuta simbolo e insieme “contenitore” del periodo della zona d’operazioni del Litorale Adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland, Ozak), esiste in realtà nell’intera città una mappa della repressione, caratterizzata da una molteplicità di luoghi militari (i bunker), burocratici (gli uffici) e detentivi (le carceri).

Delineando questa geografia della violenza che affianca e a volte, specie con l’uso del lavoro forzato della Todt (l’ ente di costruzioni che operò dapprima nella Germania nazista, e poi in tutti i paesi occupati dalla Wehrmacht), si sovrappone col sistema difensivo nazista, si incontrano in primo luogo le carceri del Coroneo, allora in via Nizza e dei Gesuiti, in via del Collegio, a fianco della Chiesa di Santa Maria Maggiore. La necessità di spazi sempre più grandi comportò poi, già nell’autunno del 1943, l’utilizzo del vecchio deposito Silos.
Quest’ultimo, situato a fianco della stazione ferroviaria centrale di Trieste, fu trasformato in un campo di raccolta (Sammellager) dove rinchiudere i prigionieri militari italiani e gli arrestati in generale durante le operazioni antipartigiane di quei mesi. A partire poi dal dicembre 1943, quando avvenne il transito del primo convoglio di internati di origine ebraica (7 dicembre) direttamente verso Auschwitz, il Silos ridiventò luogo di passaggio per i deportati verso i lager. Appena nei primi mesi del 1944 l’ex pileria per il riso iniziò ad essere utilizzata quale campo di concentramento.
Si configurano in questo contesto due evidenti paradossi: la Risiera rappresenta il periodo dell’Ozak, ma nel contempo lo limita alle alte mura di Boico, nascondendo alla coscienza triestina, in una periferia, l’attivo ruolo della città; il Silos invece, nonostante sia un monumento pregno di storia del Novecento (e dell’Ottocento, ricordando come fosse stato il primo magazzino nato nella Trieste asburgica a seguito dell’aumento dei traffici merci legati alla nuova Südbahn), viene considerato solo quale insieme di mura e cancelli, una “struttura” da riqualificare nel senso più crudo del termine.
Proprio di recente questa cattedrale dell’industria è stata per la prima volta analizzata come un monumento con una sua dignità storica attraverso un (doppio) studio dei docenti Tullia Catalan e Roberta Altin, “The Silos of Trieste. A Human Hub at the Border Between Conflicting Memories, Displacement and Heritage” (Dissonant Cultural Heritage, 2025). Tracciando la storia dei Silos come “contenitore” di persone in transito nel Novecento, le autrici osservano che «la memoria collettiva di quest’area di confine è diventata pertanto stratificata, costantemente rimodellata dai cambi nei governi e, in alcuni casi, cristallizzata, spesso cancellando le memorie precedenti, alcune delle quali erano considerate troppo traumatiche e contraddittorie per essere considerate».
È il caso del ruolo del Silos come luogo della deportazione durante il periodo dell’Ozak; senza però dimenticare lo smistamento qui operato nel novembre 1918 nei confronti dei “prigionieri di Caporetto”, come ricorda il Museo de Henriquez, e l’importante ruolo di “Porta di Sion” dagli anni Venti fino al 1940.
«Nella prima fase dell’occupazione – spiega il ricercatore Matteo Perissinotto, curatore scientifico della mostra “7 Dicembre 1943: Destinazione Lager” – i luoghi deputati all’internamento non solo dei dissidenti politici, i quali includevano chiunque non si adeguasse al nuovo ordine imposto, ma pure dei militari italiani, comprendevano il Silos della stazione, organizzato come un vero e proprio campo, e il carcere del Coroneo» .
Infatti «il Silos garantiva la possibilità di sorvegliare i deportati; era un luogo chiuso, facilmente controllabile e pertanto quando i deportati venivano trasportati coi camion dalla Risiera o dal Coroneo, il Silos era il luogo di raccolta prima della partenza» .
In quest’ambito a Trieste «gli studi più recenti si stanno concentrando sui carnefici; infatti per molti decenni ci si è limitati alle vittime, estendendo lo studio solo ai vertici del sistema nazista; inoltre si sta lavorando molto sui collaborazionisti e i collaborazionismi , perché ci sono diversi livelli di collaborazionismo anche a Trieste. Il primo era di natura diretta, messa cioè in atto da coloro che volontariamente avevano a che fare con le autorità naziste. Ma c’è anche una serie di collaborazionisti che agiscono solo in determinati contesti, quali la spogliazione dei beni ebraici; e infine proprio i luoghi» .
Una storia ancora tutta da studiare, quella del Litorale Adriatico, dove si svolse il dramma brutale della deportazione nazista: infatti «noi conosciamo ancora molto poco i luoghi a Trieste dove effettivamente abitavano i nazisti – riflette Perissinotto –, come vivevano nel contesto cittadino, qual era la loro vita quotidiana. Sappiamo che all’inizio utilizzarono degli alberghi, poi vi fu la scelta delle ville; tuttavia non sappiamo come agissero in città. Chi frequentavano? Perché vi sono così poche foto dell’occupazione nazista, nonostante Trieste fosse all’epoca già nota come città di fotografi? Sappiamo che la colonia tedesca già esistente, come messo in luce dagli studi di Silva Bon, Paolo Felluga e René Moehrle, svolse un ruolo di testa di ponte nei confronti dell’occupazione. Tuttavia rimangono ancora numerosi punti da approfondire proprio sul ruolo dei carnefici, in linea con paralleli studi in Germania» . —
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