MEGLIO LASCIARE TUTTO COME STA

A chi appartengono le riserve auree del Paese: alla Banca d'Italia o al Tesoro, in quanto rappresentante del popolo italiano? Sembra un dibattito aperto in punta di diritto quello in corso tra via Nazionale e via XX Settembre, tra l'istituzione governata da Mario Draghi e il dicastero dell'Economia, dove Tommaso Padoa-Schioppa (lui pure ex banchiere pubblico) siede sulla poltrona di Quintino Sella. La discussione, però, è solo apparentemente teorica: altrimenti, sul piano delle regole, sarebbe già risolta. Secondo quanto previsto dal Trattato di Maastricht, è la Banca centrale titolare dell'«oro patrio» in nome dei principi di stabilità finanziaria, tanto che - lo ha ricordato Rossella Bocciarelli sul Sole 24Ore del 7 agosto - nel 1998 Bankitalia dovette formalmente acquistare le riserve dall'Ufficio italiano cambi e il relativo controvalore venne incamerato dal Tesoro.


Ciò non significa che le riserve siano comunque pietrificate e inutilizzabili. Da questo punto di vista, non è infondata la tesi di Padoa-Schioppa quando sostiene che, nell'Unione, in taluni casi è stato possibile avvalersi delle eccedenze per correggere il debito. Avendo l'Italia uno dei debiti pubblici più elevati dei Paesi industrializzati (peraltro in continua crescita) ed essendo ormai con le spalle al muro a causa di questo suo handicap ormai strutturale (lo si vede dall'arrancare dei tassi d'interessi), è facile arrivare rapidamente alle conclusioni. Che cosa fa una famiglia indebitata ? Vende l'argenteria. Nel caso di un Paese, il governo dismette parte delle riserve auree. Già ci sembra di sentirli i ministri dell'ala sinistra della coalizione sempre alla ricerca di tesoretti e di tesori da redistribuire: ”l'oro appartiene al popolo che ne ha diritto per vivere meglio e per andare in pensione quando vuole perché lavorare stanca!”.


Prima ancora di suscitare grosse perplessità sul piano giuridico-formale a livello europeo e soprattutto dell'Eurozona (Paesi che hanno in comune la moneta devono necessariamente avere voce in capitolo sul complesso delle riserve che ne garantiscono la stabilità) la questione si presenta molto delicata anche sul piano interno. Il governo di centrodestra ha passato la mano dopo aver dilapidato un avanzo primario di tutto rispetto. Tale linea di condotta era ispirata alla scelta di non chiedere sacrifici agli italiani in anni di grandi difficoltà economiche. Da tale orientamento derivarono le politiche di tanto care a Giulio Tremonti, al quale andrebbe riconosciuto di non aver risanato certamente la finanza pubblica, ma di non aver nemmeno provocato quello sfascio che gli veniva rimproverato all'inizio della legislatura quando Padoa Schioppa (prima di accumulare un surplus di entrate) evocava la situazione drammatica del 1992.


Ora, è ancora troppo vivo il dibattito politico svoltosi negli ultimi mesi per non essere preoccupati dell'uso improprio che un governo, condizionato da forti componenti massimaliste, potrebbe fare delle riserve auree. Basti pensare che lo stesso tesoretto - secondo la Ue e gli osservatori internazionali più autorevoli - sarebbe dovuto servire ai fini del risanamento anziché incrementare la spesa. Per di più è troppo precaria e incerta la copertura finanziaria prevista per l'accordo del 23 luglio (che secondo il ministro Damiano dovrebbe mobilitare 40miliardi in dieci anni) per non temere l'impiego dell'oro della Patria per scopi ed obiettivi ben poco commendevoli a favore di grandi e piccole lobby sempre pronte ad incensarsi (è parecchio discutibile la polemica condotta contro il settimanale L'Espresso, reo di ”aver parlato male” dei sindacati).


Un'operazione che metta in campo le riserve auree, dunque, non ha bisogno solo dei bolli e controbolli della Ue, ma anche di un forte accordo bipartisan, all'interno dei nostri confini, per debellare il mostro onnivoro della spesa corrente, ridurre la pressione fiscale ed invertire il ciclo del debito. Visto che tali condizioni non esistono, è meglio chiudere il discorso. E lasciare l'oro dove è.

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