Perché il problema dei migranti a Trieste non può essere risolto con estremismi e violenza

Piazza Libertà e largo Santos non possono essere una zona franca degradata e sottratta alla città: va aperto un centro di accoglienza temporanea per chi è in transito

Roberto Morelli
(foto archivio Lasorte)
(foto archivio Lasorte)

Non saranno la rabbia cieca e le vene al collo delle tifoserie opposte ad affrontare il problema dei migranti a Trieste. Non l’indifferenza sprezzante di chi, poiché le due ultime vittime del degrado in Porto Vecchio non avevano a che fare con i programmi di protezione (ed è vero quanto irrilevante), ritiene che il problema non esista, e che non vi sia nulla da fare se non trasferire i disperati altrove il più velocemente possibile, ché a noi basta non vederli.

Né la violenza di chi, dopo aver dato irresponsabilmente degli «assassini» al sindaco e al presidente della Regione, crede di muovere le coscienze forzando l’ingresso di locali sfitti e prendendo a botti e sassate la polizia che impedisce un’azione illecita. Laddove la città può solo essere grata al prefetto, al questore e agli agenti che stanno gestendo un contesto esplosivo dosando discrezione e fermezza. E gli schieramenti sono ormai trasversali a destra e a sinistra, come dimostrano le multiformi reazioni alle morti per l’incendio nel Magazzino 18 e agli scontri di venerdì sera.

Non solo non saranno tutti costoro a risolvere alcunché, ma lo stanno anzi incancrenendo. Generando persino il sospetto che un clima da emergenza sotto sotto non dispiaccia agli uni e agli altri, perché genera chiamate a raccolta, rendite elettorali, l’afrore del campo di battaglia. Responsabili comuni dell’indecente permanere dello status quo. Indisponibili e riconoscere che l’affrontare seriamente il problema richiede di combinare la parte sana delle rispettive posizioni.

Da una parte, restituire a una normale vita e frequentazione piazza Libertà e l’area retrostante largo Santos, che non possono essere una zona franca degradata e sottratta alla città, impasto inestricabile di lodevoli attività umanitarie e presidio politico permanente, assistenza a persone disperate e piazza di spaccio.

Dall’altra, aprire un centro di accoglienza temporanea per i migranti in transito, che li tolga dalla strada, dia loro un tetto e un letto a cui ogni persona umana ha diritto e ogni città decente il dovere di dare, e consenta pure alle forze dell’ordine il controllo oggi sparso e complesso. È proprio quel che si sarebbe potuto e dovuto realizzare in via Flavio Gioia, se non fosse che gli incidenti dell’altro ieri l’hanno trasformato in un luogo simbolico e quindi politicamente irrealizzabile.

Osiamo dire che il centrodestra dovrebbe essere il primo a propugnare una simile soluzione, la più affine al concetto di legalità che le è proprio, anziché opporvisi sulla base di un ingiustificato timore che un centro attiri ancora più persone. Chi sceglie di partire dall’Afghanistan o dalla Siria, affrontando migliaia di chilometri e rischi immani, non lo fa perché in una città sconosciuta all’ingresso dell’Italia, dove perlopiù non vuole fermarsi, ci sono cento posti letto in cui potrà sostare per poco.

Ci dimentichiamo infatti che la realtà delle presenze straniere a Trieste è completamente diversa da quella delle altre città del Nordest e del resto d’Italia. Passeggi a Padova e Treviso, e incontri molti più volti mediorientali.

Vanno di fretta, perché lavorano: trasportano, accompagnano, si recano al bar o alla cooperativa dove prestano servizio. Passeggi a Trieste e ne incontri meno, ma senza nulla da fare. Ciondolano con il telefonino in mano, vanno su e giù da largo Santos a piazza Unità, indugiano al semaforo: sono in attesa di definizione dello status di rifugiati (se ne hanno diritto), perlopiù diretti altrove.

Siamo una città di transito, non di migrazione stanziale. E questo transito dobbiamo gestire: con umanità, decoro, rispetto delle regole. In più siamo una città di minori stranieri (o presunti tali, quando alle soglie della maggiore età), che vanno accolti là dove rintracciati senza possibilità di trasferirli, il che rende il quadro ancor più denso di implicazioni sociali.

Nessuno ha la ricetta per un fenomeno epocale, che esiste da che esiste l’uomo. E però esistono solo due approcci possibili. Il primo è fregarsene: non mi riguarda, che se ne tornino a casa loro, chiudiamo i confini e sbattiamo altrove chi entra. “Noi” contro gli “altri”, senza domandarci che merito abbiamo nell’essere nati italiani anziché afghani. Il secondo è farsene carico.

Ma farlo sul serio, cercando soluzioni compatibili con la vita di una città, anziché coltivare il sogno di un permanente e indiscriminato accampamento mondiale. Il punto è che talvolta fa più comodo perpetuare un problema e poterlo urlare, anziché affondarci le mani per gestirlo.

 

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