«Mio papà mi violentava, non so dove dormire»

TRIESTE «Mio padre mi ha violentata a lungo dopo che era morta mia madre e, dopo averlo denunciato, non riesco a trovare un posto dove poter andare a vivere lontana da lui». A pronunciare queste drammatiche parole è una giovane donna di 26 anni.
È disperata non solo per quello che le è successo col papà. Ma anche perché non ha più una casa. Lei, che è la vittima, è stata sbattuta fuori. «Mio padre ha addirittura fatto togliere il mio nome dal certificato di residenza. I miei fratelli, che non hanno mai creduto alle mie parole, mi hanno ospitata per pochi giorni, poi sono dovuta andar via. Ora l’unico che mi aiuta è il mio fidanzato, ma vive con i suoi genitori e la casa è piccola. Ho dormito lì per qualche giorno, ma poi me ne sono dovuta andare».
La vicenda drammatica è iniziata un anno fa quando la ragazza, di cui omettiamo le generalità per evitare che possa essere riconosciuta, è andata a sporgere denuncia nella caserma dei carabinieri di via Hermet. Lo ha fatto con estrema sofferenza, alla fine di un vero e proprio calvario iniziato quando era morta la madre, nel mese di dicembre del 2013.
La donna, nella denuncia presentata ai carabinieri, scrive che «i rapporti con mio padre avvenivano ogni una o due settimane. Mio padre mi portava sul suo letto matrimoniale e sul divano del soggiorno e mi obbligava a subire le sue attenzioni. Mi spogliava completamente, mi afferrava le mani in modo da tenermi bloccata e impedirmi ogni movimento. Poi abusava di me».
E ancora: «Sono sempre stata costretta a subire i rapporti. Per farlo mio padre adottava sempre il solito sistema. Mi chiamava attirandomi vicina a lui con un tono di voce inequivocabile. Poi mi accompagnava in camera da letto o in soggiorno e mi diceva di sdraiarmi. Ho sempre provato schifo e repulsione quando mi toccava. Mi sentivo sporca. Ma lui, approfittando della sua forza fisica, mi ha sempre costretta. Non sono mai riuscita ad oppormi, a reagire. Non avevo il coraggio di andarmene. Dovevo rimanere in casa non avendo alcuna possibilità di sostentamento autonomo».
Ricorda ancora la giovane: «In passato ho vissuto per un paio d’anni in una casa famiglia a Opicina. Quando sono tornata a casa mi sono accorta che mio padre mi guardava in modo strano. Solo dopo qualche tempo ho capito che cosa voleva». Nella dettagliata denuncia - poi trasmessa in Procura - vengono anche riferiti altri particolari sul rapporto tra l’uomo accusato di violenza e la figlia. Si parla di telefonate e messaggi dalla frequenza ossessionante. Tutto questo per convincerla a starci, per placare il rifiuto e annullare lo schifo che la ragazza si sentiva dentro.
«Alla fine ho trovato il coraggio. I carabinieri mi hanno aiutata. Così sono andata via da casa. Ho trovato ospitalità da una mia parente che non ha alcun rapporto con mio padre» continua la ventiseienne. Ma a quel punto è iniziato l’altro calvario della giovane donna: «Mi sono rivolta alle assistenti sociali e al Goap. Mi hanno aiutato offrendomi qualche soluzione temporanea. Mi hanno trovato, per esempio, un posto alla Casa di accoglienza La Madre della Caritas in via Navali. Ma lì ci sono rimasta per pochi giorni. In quel luogo non sono riuscita a dormire e nemmeno a mangiare. Perchè per me è impossibile vivere in quella realtà. Così sono scappata. Me ne sono andata via. E allora dopo qualche giorno sono tornata dalle assistenti sociali a chiedere il loro aiuto. La loro risposta è stata chiara: o la Casa Madre o in strada».
Spiega sempre la ventiseienne: «Ho scelto di andarmene, ho rifiutato quell’offerta di ospitalità alla Casa Madre, forse anche perché stando lì mi tornavano in mente i miei drammi e le mie sofferenze. Ho solo chiesto aiuto, nient’altro. Ho anche dormito in macchina. Ma ora non posso più. Fa troppo freddo. Chiedo un posto dove andare a dormire. Dove poter vivere serenamente in un momento difficile della mia vita».
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