Miramare, il degrado abita sempre qui

Doveva essere l’anno della risurrezione del parco, invece è Miramare anno zero. Dopo le proteste e le raccolte di firme dello scorso autunno poco è cambiato nel giardino del castello dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo. Alberi abbattuti, sentieri sconnessi, decorazioni rovinate, cartelli di lavori in corso. Il parco di Miramare è sempre più un monumento a quel misto di provvisorietà e decadenza che sembra essere ormai la cifra costitutiva del made in Italy.
L’inverno è passato, la primavera stenta ad affacciarsi sul golfo ma le comitive di turisti e le scolaresche arrivano sempre più numerose. Se ci si inoltra nel parco di Miramare, anche in un giorno di pioggia com’era venerdì scorso, è tutto un vociare di ragazzi. E ai ragazzi piace esplorare, ad esempio infilarsi sotto alle stringhe di nylon bianche e rosse che vorrebbero limitare l’accesso alla vasta area di parco sovrastante il vialetto che porta al castello. È facile fare come loro e penetrare nell’area “chiusa”, tanto più che in alcuni punti le stringhe sono strappate e si passa senza neanche piegarsi. Si scoprono così i “tesori” di Miramare, ma non quelli che uno desidererebbe vedere: percorsi invasi dalle foglie, punteggiati di spazzatura. Una piccola grotta piena di fango sul cui pavimento campeggia un cartello con su scritto “Pericolo crollo”. Crollato, ovviamente, quasi a voler ribadire il concetto. Se si prosegue ancora si trova un grande albero, sradicato di fresco, piombato in pieno sul sentiero. Dulcis in fundo, poco più avanti, un vaso decorativo in pietra divelto dalla sua base, spezzato e buttato nel fango.
Ma questa è l’area cui in teoria non si dovrebbe accedere (anche se nessun cartello vieta esplicitamente l’ingresso). Peccato che il resto del parco sia in condizioni di poco migliori. La vegetazione è ovunque lussureggiante, il che potrebbe non essere un male: non fosse che il sogno di Massimiliano era quello di creare un grande giardino, non una selva. Le condizioni del verde sono invece tali che c’è da augurarsi che nessuno avvisi i cinghiali che prosperano sull’altipiano poco distante.
I percorsi che portano da un punto all’altro del parco spesso sono poco più che asfalto sbrecciato e gradini scheggiati. Il giardino all’italiana davanti al bar è pieno d’erbacce. Il laghetto dei cigni, in assenza dei suddetti volatili, è solo acqua stagnante. Nelle fontane i pesci non ci sono più: morti e mai sostituiti.
Più in alto la cappella di San Canciano versa in forte stato di degrado: sarà la pioggia, ma anche il crocifisso pare più avvilito del solito. L’accesso a Grignano è ancora bloccato dal cartello di lavori in corso, e in piazzetta Massimiliano continua ad essere vuota l’aiuola in che un tempo veniva decorata con la data del giorno. Si potrebbe continuare a lungo, ma l’immagine più efficace del declino del parco è forse quella della statua dell’amazzone a cavallo, proprio davanti al palazzo. Un tempo la donna guerriera stringeva nel pugno la lancia con cui trafiggeva un leone. Da tempo il polso è spezzato, la lancia sparita. Wie Schade, “che peccato”, avrebbe commentato l’arciduca Massimiliano con asburgica cortesia.
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