Monfalconese morto di amianto a Casale

Ricordano gli amici di Casale Monferrato che quando nel 1963 fu assunto come magazziniere alla Eternit «era felice come una Pasqua». Il conto di quell’antica felicità è arrivato nei giorni scorsi: morto per l’esposizione all’amianto. Nella storia di Adriano Russi, nato a Pieris il 16 gennaio 1933 - detto “Sandron” per il suo fisico gigantesco, meglio: carneriano - c’è il tragico paradosso della nostra storia. Un monfalconese che lascia la terra dell’amianto e muore di amianto in un altro buco della morte bianca. Quanti ne ha ammazzati l’amianto a Casale? Quanti ne ha ammazzato e ne sta ammazzando a Monfalcone?
“Sandron”, il “Gigante buono” ha una storia da scriverci su una novella e leggerla ai bambini davanti al caminetto d’inverno.
Russi coltiva una grande passione per il calcio in un paese, Pieris, che al pallone ha fornito gente del calibro di Fabio Capello, Tortul e altri ancora. Di ruolo è centrattacco di sfondamento, un caterpillar che travolge le difese e sradica la rete della porta. Ma buono come il pane. Merita la fortuna che tenta giocando alcune stagioni al Sud: Manduria, Taranto, Bari. Nella stagione 57-58 il salto in serie A con il Torino. Quando lo vedono i giornalisti della città della Mole ci mettono un attimo a sparare il titolone “Anche il Toro ha il suo Charles: Adriano Russi”. L’esordio nel massimo campionato avviene il 15 settembre del 1957. Il trainer ungherese Marianovic lo mette in squadra al posto del mitico Giancarlo Bacci, infortunato, che indossava la maglia numero 10 già di Valentino Mazzola nel grande Torino.
“Sandron” è si buono ma non tre volte buono. E succede che non ci vede più dalla rabbia all’ennesimo insulto dei difensore avversari. Così arriva a menarli di santa ragione ma viene ovviamente espulso. Finisce prima di cominciare la sua avventura al Toro, ma il carattere è carattere e “quei de Pieris i vol essar par sora come l’olio” si dice in Bisiacaria.
Cacciato dal Toro percorre poca strada e si accasa in serie C con i nerostellati del Casale. Nella città piemontese conosce un bella ragazza, Clara, figlia di un noto commerciante cittadino. È amore a prima vista e “Sandron” da Pieris convola a giuste nozze. Nel Casale gioca per sei anni, 165 presenze e 53 gol, anzi “goi” se vogliamo stare al bisiaco. La rottura del menisco pone fine alla carriera. La chirurgia laser è di là venire e a un calciatore con il menisco ballerino non resta che appendere le scarpe al chiodo. Ma non la passione, però. Così ecco che Russi cambia divisa e indossa quella dell’allenatore: un’esperienza in serie D e poi tanto apprezzato lavoro nel settore giovanile.
Intanto aiuta nel negozio del suocero e finalmente arriva l’assunzione all’Eternit. Nasce Antonella, la figlia, e poi i nipotini Andrea e Lorenzo. Tornava spesso a Pieris, a trovare le “nipotone” Susi e Patrizia e i tanti amici di un tempo. Qualche anno fa i primi colpi di tosse, quel dolore alla schiena che urla dal profondo, la fatica di salire le scale. Diagnosi impietosa, l’asportazione di un polmone, l’apparente miglioramento e poi il crollo finale.
Insegnava alla figlia, quando sgridava Andrea e Lorenzo, che «ai putei ghe se devi spiegar no zigàr». Casale ha pianto per “Sandron”, una montagna di bontà che ha sempre mantenuto un saldo legame con la sua terra d’origine.
Russi lascia anche le due sorelle gemelle di 87 anni, Alberta e Ivana, che abitano a Pieris.
Poco prima di morire ha pregato la moglie di portarlo a casa: «Vestissime che voio morir tal me let», le ha chiesto.
“Sandron”, un altro monfalconese ghermito dall’amianto. Siamo proprio gente sfortunata, altro che navi e progresso.
Qualche settimana fa, intuendo che non aveva più scampo, si era sfogato con un amico: «No ghe auguro gnanche a un can de patir tant cussì». L’amianto non rispetta neppure i giganti buoni.
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