Morì a 19 anni schiacciato da un blocco di cemento: prosciolto il padre, titolare della ditta

MONFALCONE. Il decesso di Matteo Smoilis avvenuto il 9 maggio 2018 mentre stava lavorando sul fondo del bacino del cantiere navale, è stato una disgrazia. Una tragica fatalità. La Procura di Gorizia ha concluso le indagini a fronte della richiesta di archiviazione. Al padre del ragazzo, Alessandro, titolare dell’impresa Costruzioni Manutenzioni Impianti Srl, con sede a Trieste, non sono state attribuite responsabilità di sorta in ordine all’infortunio mortale.
L’uomo era stato inserito nel fascicolo per omicidio colposo aperto dalla Procura goriziana, un atto dovuto comunque, a garanzia dell’interessato. La conclusione alla quale è giunta la magistratura inquirente è pertanto quella di non procedere. A confermarlo è stato il procuratore capo Massimo Lia, che ha spiegato: «Non sono stati ravvisati profili di colpa nei confronti del papà del ragazzo, né di eventuali altri soggetti, collegabili all’evento mortale. Concluse le indagini, la Procura ha richiesto l’archiviazione», che passerà alla valutazione del Gip.
L’infortunio mortale era avvenuto tra le 8.30 e le 9 del mattino. Matteo stava lavorando sul fondo del bacino. Secondo quanto era emerso, uno dei blocchi di cemento impilati sulla spianata del bacino era finito addosso al ragazzo, investendone gli arti inferiori. Sempre secondo i primi elementi ipotizzati all’epoca del fatto, Matteo era caduto all’indietro battendo il capo.
Le manovre di rianimazione erano durate a lungo, almeno una quarantina di minuti. Assieme ai soccorsi sanitari erano giunti anche i vigili del fuoco per liberare il giovane. L’elicottero del 118 era pronto ad atterrare. Il ragazzo non s’era più ripreso, considerato clinicamente morto. La Polizia del Commissariato cittadino aveva assunto le indagini.
S’era subito sparsa la voce nel rione di Panzano. Lo stabilimento si era svuotato, l’intera attività s’era fermata, con lo sciopero immediato proclamato dalle organizzazioni sindacali. I sindacati erano stati ricevuti dalla direzione aziendale per le prime comunicazioni a disposizione, e contestualmente l’azienda aveva eseguito una verifica interna sull’accaduto. Il sindaco Anna Maria Cisint aveva raggiunto il cantiere navale appena venuta a conoscenza dell’infortunio mortale. Aveva poi proclamato il lutto cittadino.
Il magistrato allora titolare delle indagini, Nicola Russo, era entrato nello stabilimento per prendere visione della situazione. Matteo lavorava da poco più di un anno nella ditta del padre, assieme anche al fratello Luca. Un’azienda storica che nello stabilimento navale vanta oltre vent’anni di attività. Si occupa di opere manutentive, non legate quindi alla costruzione delle navi passeggeri. L’indagine coordinata dalla Procura è stata lunga, tra la ricostruzione dei fatti e le verifiche tecniche nell’area di lavoro, anche in ordine alla “tenuta” delle pile di cemento che erano accatastate, nonché l’ascolto dei testimoni. Ora le conclusioni, nessuna responsabilità è stata riscontrata dalla Procura che ha deciso per l’archiviazione.
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