Morì sul ponte della Checca, tutti assolti

STARANZANO. Era il 10 maggio 2011 quando l’operaio 55enne di origine serba, Jerenic Zlatin Bor, residente a Tavagnacco, finì nel canale del Brancolo, durante i lavori di manutenzione del ponte della “Checca” di Staranzano, affidati alla ditta Vendramini Srl di Remanzacco. Il 26 maggio l’uomo morì per le gravi conseguenze riportate dall’infortunio. Mercoledì al Tribunale di Gorizia il giudice monocratico Marcello Coppari ha pronunciato la sentenza: tutti assolti perché il fatto non sussiste. Assolti il responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune di Staranzano, ingegner Bruno Bon, il responsabile della sicurezza del cantiere per conto dell’ente locale, ingegner Giuliano Pavan, e la società Vendramini, citata a giudizio in qualità di persona giuridica, in base alla legge 231 del 2001. Stralciata dal processo per omicidio colposo la posizione del titolare della ditta, che aveva patteggiato nel 2012. Il pubblico ministero, Valentina Bossi, aveva richiesto una pena di 18 mesi per ciascun imputato. Si attendono ora le motivazioni per le quali il giudice s’è riservato 90 giorni.
Una vicenda complessa la storia del ponte della “Checca”. I lavori, dopo l’aggiudicazione della gara d’appalto del Comune alla società Vendramini, erano iniziati a fine 2010. Sospesi più volte. Il 9 maggio 2011 l’ennesima ripresa. Il ponte era stato già rimosso, sistemato a terra, ed erano in corso le ultime lavorazioni circa l’adeguamento alla normativa sismica. Nel cantiere assieme al 55enne c’erano un collega e un artigiano chiamato dalla ditta appaltatrice. Bor si trovava sulla sponda opposta rispetto agli altri due che erano alle prese con la sistemazione del manufatto. Sarebbe seguito successivamente l’allestimento delle opere preventive di sicurezza sul Brancolo ai fini del ricollocamento del ponte, per poter spostarsi da una parte all’altra delle sponde. Un operaio esperto Bor, capo cantiere considerato un pilastro della ditta Vendramini per le sue competenze che peraltro aggiornava con adeguati corsi professionali.
Quel giorno dunque stava lavorando dall’altra parte della sponda. Ad un certo punto nel voler evidentemente raggiungere i colleghi, aveva utilizzato quale percorso diretto il tubo a vista di una fognatura che attraversava il canale. Un piede in fallo e l’operaio serbo era scivolato nel Brancolo, non sapeva neppure nuotare. Le sue condizioni s’erano subito rivelate gravi al momento del soccorso. Da qui il ricovero al reparto di Rianimazione del San Polo, in lotta tra la vita e la morte. Il 26 maggio il decesso. Il processo era iniziato nel luglio del 2013. Un procedimento lungo e articolato, caratterizzato anche dal cambio dei magistrati che si sono occupati del tragico infortunio. Sono stati ascoltati innumerevoli testimoni. E mercoledì la sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste.
A rappresentare l’ingegner Bon è stato l’avvocato Francesco Donolato, l’ingegner Pavan è stato invece difeso dall’avvocato Raffaele Mauri, mentre la società Vendramini è stata rappresentata dall’avvocato Elisa Sottosanti.
Gli avvocati Donolato e Mauri hanno osservato: «Ci riteniamo molto soddisfatti per la formula dell’assoluzione stabilita dal giudice. Indica che non ci sia stato nesso di causalità tra le condotte addebitate al mio cliente e l’infortunio che purtroppo è costato la vita all’operaio. Vanno infatti valutate le singole condotte, per le quali durante il processo non sono stati riscontrati profili di responsabilità».
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