Morto a Milano Ettore Sottsass, l’ultima sua mostra a Trieste
TRIESTE
Ha cercato di esorcizzare la Morte disegnando. Fino all’ultimo. Ettore Sottsass, l’architetto che ha regalato agli oggetti di design un’anima piena di emozioni, ha trascorso gli ultimi giorni del 2007 chino sul tavolo bianco nel soggiorno della sua casa a Milano. Poi si è arreso. Ha chiuso gli occhi a poche ore dal nuovo anno, la mattina del 31 dicembre. Meno di un mese fa, il 6 dicembre, Trieste aveva sperato invano di vedere da vicino, sotto i volti dell’ex Pescheria, uno dei più originali architetti e designer del Novecento, benché fosse ormai molto anziano e malato, anche se sempre lucido.
Ma lui, Ettore Sottsass, sempre così schivo («Ho molta necessità di pensare da solo, e poi il silenzio è raro e prezioso») quel giorno non c’era all’inaugurazione della mostra «Vorrei sapere perchè», nel Salone deli Incanti dell’ex Pescheria. «È molto stanco, e poi non sta bene», si era detto a mezza voce. Ricordando che, in ogni caso, lungo tutta la sua carriera lui si era sottratto volentieri ai rituali della mondanità. All’apparire. Però, commentando a distanza la mostra curata da Marco Minuz, Alessio Bozzer e Beatrice Mascellani, Sottsass aveva espresso un desiderio: «Mi piacerebbe che i visitatori uscissero piangendo. Perchè vorrebbe dire che la gente ha subito una certa emozione a vedere quello che ha visto». Cioè le sue creazioni, quegli oggetti inventati per essere usati, per riempire la quotidianità. Al tempo stesso, messaggeri di una fantasia liberissima, di una creatività che ha trovato posto nei più importanti musei del mondo.
Era un uomo di frontiera, Sottsass, anche se non gli piaceva troppo sentirselo dire. «Non so come è un artista di confine. Mia madre era austriaca, anche tutti gli zii. Mio padre era italiano, trentino. Aveva studiato a Vienna nei tempi dello Jugend Still». E aggiungeva: «Certo non abbiamo sangue napoletano». Nato a Innsbruck nel 1917, quando l’Impero austroungarico marciava veloce verso la dissoluzione, figlio di architetto, come amava sottolineare, studente del Politecnico di Torino, dove si era laureato in architettura a 22 anni, era legato a Trieste, a Gorizia, alle «vecchie province», anche dal ricordo di un artista: il triestino di Gradisca Luigi Spazzapan. Che per lui era stato un amico, ma prima ancora un maestro. «È stato il mio maestro - ricordava - per quanto riguarda cultura del colore e ”pittura” in generale. Era un uomo estremamente gentile, colto, sofisticato. Gli sarò sempre riconoscente per avermi dedicato con pazienza e amore le ore della sua sapienza».
Con un cognome che riporta alle valli ladine del Trentino, Val Badia e Val di Fassa, con una laurea in architettura che continuava, in qualche modo, la tradizione paterna, Sottsass aveva aperto il suo primo studio a Milano nel 1947. E undici anni dopo, nel 1958, era iniziata l’importantissima collaborazione con la Olivetti, che l’avrebbe portato a creare la macchina da scrivere rossa Valentine. Diventata ben presto un oggetto di culto tra i giornalisti e gli scrittori più quotati ed entrata, poi, nell’esposizione permanente del Moma di New York. In seguito, anche con i mobili Memphis ha anticipato il futuro, cambiando il modo di concepire l’arredamento di una casa.
Non ha nai smesso di considerarsi un architetto, Sottsass. Che ricordando le origini umili della madre («suo padre era un falegname che scolpiva altari in legno ed era fierissimo della sua professione»), metteva subito in chiaro il suo approccio limpido, per nulla messianico, alla creatività: «Quando disegno non cerco di salvare il mondo, cerco di salvare me stesso. Non sono un rivoluzionario o un missionario». Nel suo stile, nella sua ricerca di nuovi oggetti, nuovi segni, nuove abitazioni, c’era la lezione della grande pittura. Di Picasso, Braque, Leger, di cui si era innamorato già da giovane: «Chi più chi meno influenzati dall’uso orientale del colore. Anch’io ero affascinato dal colore orientale», confessava. E insieme all’Oriente («In India ho cercato di capire soprattutto come potesse esistere una visione dell’esistenza che non prevedesse il monoteismo»), anche la cultura americana aveva lasciato il segno dentro di lui. Quel mondo che aveva cominciato a scoprire negli anni Quaranta insieme a Fernanda Pivano, allora sua moglie.
Con l’Italia, invece, il rapporto è sempre stato difficile. Conflittuale. Forse perchè, soprattutto come architetto di edifici, ma anche come designer, Sottsass non ha mai accettato di seguire acriticamente le mode. Non sono mancati, comunque, i riconoscimenti, come il Compasso d’oro vinto nel 1959 grazie al progetto per il calcolatore elettronico Mainframe Elea 9003. «Ormai nel mondo - commentava - tutto, tutto obbedisce alle leggi del mercato, perchè dovrebbe poter sfuggire l’arte?».
Non amava essere chiamato artista. Anzi, con la sua ruvida franchezza ripeteva: «Mi arrabbio se mi chiamano artista». E proseguiva: «Sono sempre stato un architetto. Credo che un bravo architetto sia anche un intellettuale curioso degli aspetti più segreti che riguardano la sua professione. Non si tratta di ”creatività”, si tratta di sapere». I suoi oggetti sembravano tessere messe lì a comporre una gigantesca utopia. «Gli ”oggetti” ci aiutano a vivere, qualche volta ci tengono compagnia e qualche volta anche ci consolano. Possono anche portarci fortuna. E poi, tutta la vita è un’utopia. Facciamo programmi vasti o brevi, solidi o immaginari, ma non abbiamo mai nessuna garanzia di cosiddetta realtà».
Quasi fosse un ultimo messaggio in bottiglia, Sottsass ha voluto che per i suoi novant’anni prendesse forma la mostra «Vorrei sapere perchè». Curata dall’Associazione culturale Terredarte, l’assessorato alla Cultura del Comune di Trieste e la Fondazione CRTrieste, con il contributo dell’assessorato alla Cultura della Regione Friuli Venezia Giulia. L’ultima sua personale resterà aperta nel Salone degli Incanti dell’ex Pescheria fino al 2 marzo. E a vederla adesso, ancor più di prima, non potrà non dare emozione.
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