MUTUI, L’ITALIA NON RISCHIA
Del senno di poi son piene le fosse, diceva un vecchio adagio popolare a indicare che sono facili i giudizi dopo che un fatto è accaduto. Non è proprio così nel caso della crisi sui mercati finanziari provocata dai mutui troppo facilmente concessi negli Usa. Ancora non si sa, infatti, se lo sforzo compiuto dalle banche centrali per evitare il panico avranno, come desiderabile, successo o se, come qualche commentatore teme, la coincidenza tra una maggior percezione dei rischi e un dollaro sempre più debole non rappresenti l'avvio di turbolenze maggiori. Non di meno gli avvenimenti della passata settimana paiono sufficienti a trarne qualche insegnamento.
Il primo è che la politica di Greespan, il precedente presidente della banca centrale americana, di abbassare troppo il costo del denaro non soltanto ha favorito un eccessivo rialzo nei prezzi degli immobili e degli altri beni reali, ma ha, agevolando i consumi e riducendo gli incentivi al risparmio, accresciuto lo squilibrio nella bilancia dei pagamenti Usa. Inoltre l'eccesso di liquidità ha posto le premesse per un risveglio delle tendenze inflazioniste, oltre a rendere possibili una serie di operazioni spericolate in tema di acquisizioni di imprese. È una lezione cui dovrebbero far attenzione Sarkozy e gli altri politici, anche italiani, che vorrebbero limitare l'autonomia della Banca centrale europea. Sembra,invece, averla ben appresa Bernanke, il nuovo presidente della Federal Reserve, che pare decisamente orientato a non ribassare i tassi d'interesse e, con questo, a non rendere la vita facile a chi si è troppo spensieratamente indebitato, come chiedono molti operatori del settore e popolari commentatori.
È, quest'ultimo, un chiaro caso di quello che gli economisti chiamano «azzardo morale», le autorità che non puniscono chi ha sbagliato lo inducono a perpetuare i suoi errati comportamenti. Volendo essere cattivi si potrebbe aggiungere che un capace accademico, quale Bernanke, è sempre più rigoroso di un praticone come Greespan. Altro aspetto messo in evidenza dagli avvenimenti di questi giorni è quello relativo alla deresponsabilizzazione degli istituti creditizi, banche e società finanziarie, che erogano prestiti e poi non ne sopportano le conseguenze perché li cedono trasformandoli di fatto in obbligazioni garantite da quegli stessi prestiti. Qui grosse responsabilità hanno le società di rating che forse non sempre vanno a fondo nelle loro analisi e che spesso sono in conflitto di interessi perché pagate dagli stessi emittenti. Regole che ponessero a carico di chi investe e non di chi emette l'onere delle valutazioni sarebbero auspicabili.
C'è, inoltre, qualcosa di sbagliato in un sistema che aiuta facili guadagni con pochissimi o addirittura senza rischi, come quelli dei gestori di edge funds o fondi speculativi che percepiscono il 20% degli eventuali guadagni e che, invece, se le cose vanno male, tutto quello che perdono è la loro reputazione professionale. Che è in teoria molto, ma in pratica poco quando si è già messo il fieno in cascina. La nuova maggioranza democratica nelle Camere Usa sta cercando di contenere il fenomeno tassando come redditi e non come utili in conto capitale a tassazione più bassa questi guadagni, ma forse non basta. Soluzioni radicali per questo sistema non sono certo facili, dato che chi investe sa bene che questa è la prassi. Salvo non molto probabili, ma da non escludere, sviluppi peggiorativi della crisi, l'Italia non dovrebbe essere toccata dalla stessa.
Abbiamo un comparto bancario solido e forse anche troppo cauto nella concessione dei prestiti e il credito al consumo è fortunatamente ancora in limiti ragionevoli. Probabilmente l'accresciuta volatilità non invoglierà quella maggioranza degli italiani che non investono in Borsa né direttamente, nè indirettamente ad aumentare i propri rischi. Quello che maggiormente preoccupa è che anche le imprese, un po' più numerose del passato, che cominciavano a considerare la quotazione saranno trattenute dal timore di oscillazioni troppo marcate dei loro titoli. Per questo è anche nostro interesse si riescano a trovare regole che migliorino il nostro capitalismo accrescendo trasparenza, riducendo conflitti di interesse e legando responsabilità e compensi.
Riproduzione riservata © Il Piccolo
Leggi anche
Video








