Niente casa in affitto perché lavora da precario «Il cibo? Vado alla Caritas»

L’incubo di un 52enne venuto dall’Emilia con la sorella disoccupata I due vivono in una stanza di fortuna in attesa che qualcosa cambi 
Foto BRUNI 28.02.17 Mensa della Caritas
Foto BRUNI 28.02.17 Mensa della Caritas

la storia



Spostarsi da un’altra regione per venire a lavorare a Trieste, la città in cui cercare una “svolta” di vita, ma non riuscire ad avere una casa in affitto perché il contratto di lavoro ha al momento una durata limitata, e ritrovarsi a chiedere da mangiare alla Caritas. È è quello che sta capitando a Paolo, 52 anni, e a sua sorella Miriam. I nomi sono di fantasia, ma la loro storia è reale. È la storia di due persone normali che, dopo aver perso il proprio lavoro, come tante altre a Trieste e in giro per l’Italia, hanno vissuto mesi da disoccupate e con qualche sussidio per tirare avanti. Paolo e Miriam sono originari della Sicilia.

«Sono disoccupato da due, tre mesi – racconta Paolo – e percepisco la Naspi: ho sempre lavorato come operatore sociosanitario ma, arrivato a questo punto, considero di rispolverare anche il diploma da ragioniere. Sono disposto a fare il cameriere o anche altro». Da tempo lui e sua sorella bastano a loro stessi: i genitori, infatti, non sono più in vita e Paolo ha lasciato la città dov’è cresciuto da quasi 20 anni. Fino all’altro giorno la sua seconda casa è stata una città dell’Emilia, dove ha potuto seguire un corso integrativo a quello di operatore sociosanitario per essere in grado di lavorare all’interno di strutture sia private che pubbliche. «La chiamata per un lavoro è arrivata da Trieste – continua Paolo – e non potevo declinare anche se, a dire il vero, si tratta di un contratto di pochi mesi». Paolo sta facendo un periodo di prova e ha potuto sottoscrivere un contratto di pochi mesi: spera in una proroga, anche se è prevista soltanto la sostituzione di un collega in congedo parentale. “Mia sorella ha fatto la colf presso privati – spiega Paolo – e, da pochi mesi, è rimasta anche lei senza lavoro. Percepisce il reddito di cittadinanza ma le spese non lo rendono sufficiente».

La situazione che Paolo e Miriam stanno vivendo non è fatta però di sola precarietà lavorativa: il fatto d’essersi mossi dall’Emilia Romagna fin qui necessitava di un posto dove trovare sistemazione. Paolo ha avuto molti problemi a trovarne perché le agenzie private richiedono diverse garanzie per l’affitto d’una casa e un contratto a tempo determinato non può soddisfarle. «Per fortuna un punto d’appoggio l’ho trovato – precisa Paolo – grazie a un’associazione ospedaliera a cui ero già iscritto, che mi ha permesso d’entrare in contatto con una persona che mi ha un po’ orientato”. Lui e Miriam hanno trovato una stanza doppia in un albergo dov’è certo che rimarranno per la durata del contratto di lavoro. In questo momento anche il cibo della Caritas è utile, finché l’emergenza dura. Il loro futuro resta perciò ancora incerto. Tuttora Miriam risulta disoccupata e nessuno può sapere se tra qualche mese anche Paolo potrà o meno continuare a lavorare, nonostante abbia superato i cinquant’anni d’età e abbia fatto assistenza in diverse città del Nord, passando pure per un ospedale psichiatrico giudiziario dove l’assistenza segue dinamiche non certo scontate, diverse da quelle di tutti i giorni. «È stata dura», conclude Paolo: «Ma fa comunque parte del mio mestiere».—



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