Niente casa in affitto perché lavora da precario «Il cibo? Vado alla Caritas»

la storia
Spostarsi da un’altra regione per venire a lavorare a Trieste, la città in cui cercare una “svolta” di vita, ma non riuscire ad avere una casa in affitto perché il contratto di lavoro ha al momento una durata limitata, e ritrovarsi a chiedere da mangiare alla Caritas. È è quello che sta capitando a Paolo, 52 anni, e a sua sorella Miriam. I nomi sono di fantasia, ma la loro storia è reale. È la storia di due persone normali che, dopo aver perso il proprio lavoro, come tante altre a Trieste e in giro per l’Italia, hanno vissuto mesi da disoccupate e con qualche sussidio per tirare avanti. Paolo e Miriam sono originari della Sicilia.
«Sono disoccupato da due, tre mesi – racconta Paolo – e percepisco la Naspi: ho sempre lavorato come operatore sociosanitario ma, arrivato a questo punto, considero di rispolverare anche il diploma da ragioniere. Sono disposto a fare il cameriere o anche altro». Da tempo lui e sua sorella bastano a loro stessi: i genitori, infatti, non sono più in vita e Paolo ha lasciato la città dov’è cresciuto da quasi 20 anni. Fino all’altro giorno la sua seconda casa è stata una città dell’Emilia, dove ha potuto seguire un corso integrativo a quello di operatore sociosanitario per essere in grado di lavorare all’interno di strutture sia private che pubbliche. «La chiamata per un lavoro è arrivata da Trieste – continua Paolo – e non potevo declinare anche se, a dire il vero, si tratta di un contratto di pochi mesi». Paolo sta facendo un periodo di prova e ha potuto sottoscrivere un contratto di pochi mesi: spera in una proroga, anche se è prevista soltanto la sostituzione di un collega in congedo parentale. “Mia sorella ha fatto la colf presso privati – spiega Paolo – e, da pochi mesi, è rimasta anche lei senza lavoro. Percepisce il reddito di cittadinanza ma le spese non lo rendono sufficiente».
La situazione che Paolo e Miriam stanno vivendo non è fatta però di sola precarietà lavorativa: il fatto d’essersi mossi dall’Emilia Romagna fin qui necessitava di un posto dove trovare sistemazione. Paolo ha avuto molti problemi a trovarne perché le agenzie private richiedono diverse garanzie per l’affitto d’una casa e un contratto a tempo determinato non può soddisfarle. «Per fortuna un punto d’appoggio l’ho trovato – precisa Paolo – grazie a un’associazione ospedaliera a cui ero già iscritto, che mi ha permesso d’entrare in contatto con una persona che mi ha un po’ orientato”. Lui e Miriam hanno trovato una stanza doppia in un albergo dov’è certo che rimarranno per la durata del contratto di lavoro. In questo momento anche il cibo della Caritas è utile, finché l’emergenza dura. Il loro futuro resta perciò ancora incerto. Tuttora Miriam risulta disoccupata e nessuno può sapere se tra qualche mese anche Paolo potrà o meno continuare a lavorare, nonostante abbia superato i cinquant’anni d’età e abbia fatto assistenza in diverse città del Nord, passando pure per un ospedale psichiatrico giudiziario dove l’assistenza segue dinamiche non certo scontate, diverse da quelle di tutti i giorni. «È stata dura», conclude Paolo: «Ma fa comunque parte del mio mestiere».—
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