«Non possiamo permetterci di star fermi»

Dal Mercato coperto al PalaBigot passando per il nodo-viabilità. Cinque commercianti chiedono chiarezza e più coraggio

«Vorremmo capire cos’è successo veramente con il Mercato coperto, progetto di cui proprio il Comune sembrava il primo sostenitore. E, invece, pare che proprio in Comune si sia arenato... Ma se così non è, vogliamo sottolineare è che proprio così sembra dall’esterno, ed è naturalmente inaccettabile».

A dirlo Peter Povsic, titolare di un’attività di famiglia nel dettaglio alimentare. Eppure Gorizia, «che già andava piano, sembra aver rallentato meno di altri capoluoghi regionali più direzionali e più turistici: i cittadini l’hanno vissuta e apprezzata di più, la benzina siamo tornati a farla in città, i posti di lavoro meno legati alla stagionalità sono mancati forse meno».

Secondo Tassilo Kristancic, titolare di un negozio di giocattoli in corso Italia sottolinea come «Gorizia è bella, ha un passato fiorente e si è spenta piano piano, per motivi politici, storici, fisiologici. Ma si è fermata a riflettere sempre solo sul suo passato, e corre oggi il rischio, ormai più che reale, di morire tra chiusure di attività commerciali, imprese e migrazione di servizi. Dal mio punto di vista, per far ripartire la città, è necessario ci sia una progettazione di base a lungo termine e che riguardi tutti gli aspetti: commercio, imprese, servizi, viabilità, infrastrutture, socialità, senso di comunità, sport, turismo, cultura e potrei andar avanti ancora. Siamo tutti componenti vitali dello stesso organismo: se un settore fiorisce, altri ne beneficiano, se ci sono infrastrutture valide, la viabilità gira meglio, commercio in primis. Non sono guerre di posizione».

Anche per Chiara Canzoneri, chef e titolare di un B&b in via Rastello, di cui è animatrice anche come punto di riferimento di un’associazione da poco costituita, è la necessità di una prospettiva sinergica quella a cui proprio non sono pronti a rinunciare. «Noi siamo fermi, da 13 mesi, fermi. Un passo avanti e due indietro con le nostre attività. Il minimo che ci aspettiamo è almeno di avere la percezione che chi può agire lo faccia, pensando al futuro e alle opportunità che non possiamo perdere, nemmeno una, che sia un euro o la riqualificazione di patrimonio immobiliare, un progetto commerciale, un centro sportivo polifunzionale o una nuova sinergia, meglio se in grado di valorizzare le risorse, anche umane, del territorio».

Giorgio Medeossi, fondatore di una giovane azienda high tech, leader in Europa e nel mondo nella consulenza e software per la programmazione di servizi ferroviari (con sede a Gorizia), fa particolare riferimento all’occasione ora apparentemente in bilico per il PalaBigot, quando le risorse ci sono. E si chiede «come mai Gorizia si ritrova sul tavolo così poche idee e, per giunta, non figlie di una visione organica? È forse la convinzione che ormai sia troppo tardi? O semplicemente è la paura che qualunque visione più strategica troverebbe comunque la strada sbarrata da un comitato del no?». Federico De Luca, socio di un’impresa giovane e apprezzata nel settore pasticceria e catering, ricorda infine come ogni progettualità debba essere tempestivamente condivisa, professionalmente gestita, adeguatamente comunicata. E a Gorizia purtroppo così troppo spesso non è.

L’auspicio è allora che questa prima scommessa vinta dall’amministrazione e dalla città con la designazione a Capitale della cultura porti questo: «un percorso di definitivo apprendimento a fare meglio e insieme, a progettare e vendere non solo la progettualità mainstream che intorno al programma principale della candidatura premiata verrà costruito, che insegni alla città, amministrazione, imprenditori e cittadini, un approccio positivo, integrato e manageriale al fare e fare bene. Insieme». —



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