«Nuovo vaccino? Ricerca da concludere»

TRIESTE Il vaccino non sarà la bacchetta magica per risolvere la crisi pandemica, ma una delle componenti che, insieme alla prevenzione, alla diagnostica, a una sorveglianza sanitaria ben radicata sul territorio e allo sviluppo di farmaci, porterà al controllo dell’infezione. Per il virologo dell’Icgeb Alessandro Marcello la notizia sull’efficacia al 90% del vaccino Pfizer-BioNTech, rimbalzata sui media di tutto il mondo, è un passo in avanti, ma non la soluzione al problema. Certo è prova di una velocità senza precedenti nella fase di produzione e test, e utilizza un approccio innovativo, sfruttando l’Rna messaggero. Ma proprio per questo suo carattere di novità questo primo risultato è il passo iniziale di un’operazione in corso: il vaccino dovrà essere testato su larga scala e ottimizzato in quanto a dosi, tempi e modi di somministrazione.
Con il Covid-19, dice il virologo in quest’intervista, dovremmo convivere ancora a lungo.
Cosa possiamo realisticamente sperare da questo vaccino?
La notizia della sua efficacia al 90% è un dato importante ma non definitivo: lo studio va concluso, ma così intanto l’azienda può cominciare a produrre delle dosi. Non si tratta dell’unico vaccino in fase tre, perché sono 11 in totale, tra cui quelli di AstraZeneca e Moderna, con molecole che stanno dimostrando di essere in grado di dare una risposta immunitaria protettiva.
Anche sull’immunità però non sappiamo ancora molto...
Sappiamo che c’è una risposta immunitaria al Sars-Cov2, maggiore nei pazienti ospedalizzati e minore negli asintomatici, perché dipende dalla quantità di virus a cui si è stati esposti. Ma non sappiamo quanto dura questa immunità, lo capiremo con il tempo. Lo stesso vale per il vaccino, che imita l’infezione. Al momento si sta sperimentando un dosaggio in due inoculi a distanza di un mese, ma non è detto che questo protocollo sia il migliore per una copertura a lungo termine.
Quando sarà disponibile questo vaccino?
Non sappiamo davvero quante dosi saranno pronte per l’anno prossimo e per quello successivo. In più c’è la questione dello stoccaggio e della logistica, che ogni paese dovrà gestire per conto proprio. Probabilmente il prossimo anno sarà disponibile per le categorie a rischio e forse per fine 2021 ci sarà per tutti.
Cosa dobbiamo aspettarci dal virus nel prossimo futuro?
Il Covid-19 è un virus respiratorio, perciò ha una sua stagionalità: ci sarà un picco d’inverno e calerà in primavera, per poi risalire di nuovo in autunno. Ma non sparirà.
E le terapie?
Ci sono già, e in più ora siamo in grado di riconoscere prima i malati e intervenire. Si utilizzano cortisonici – anche in seguito ai dati incoraggianti di un trial clinico eseguito a tempo di record dalla Pneumologia qui a Trieste, dove abbiamo contribuito all’analisi dei dati virologici –, anticoagulanti e qualche antivirale, come il Remdevisir, della cui reale efficacia però non siamo certi. Per questo è necessario investire sulla ricerca di nuovi antivirali e molti laboratori, tra i quali il nostro, sono impegnati su questo fronte. E poi ci sono i cocktail di anticorpi ricombinanti, come quello che è stato somministrato a Trump, che non sono per ora largamente disponibili.
Dicono che l’influenza stia girando meno, vale la pena vaccinarsi lo stesso?
È vero che le misure di prevenzione attuate contro il Covid-19 hanno contribuito a una forte riduzione dei casi d’influenza, l’abbiamo visto in Australia dove l’inverno è finito da poco. Ma le categorie più a rischio farebbero bene a vaccinarsi, anche perché i dati definitivi che ci riguardano li vedremo solo a fine stagione. –
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