PARTITA CHIUSA, TUTTO IRRISOLTO
Romano Prodi ha portato la sua coerenza/ostinazione istituzionale fino al punto di rottura. Preceduta da troppi segnali premonitori, la rottura si è manifestata non soltanto con la chiarezza dei numeri, ma anche con le critiche, più o meno esplicite, al suo comportamento, troppo intransigente e noncurante delle conseguenze, che sono venute dai rassegnati ranghi dell’Unione.
Non sarà facile curare le ferite inferte al corpo adolescente del Partito democratico, guidato con superficialità, autosufficienza e arroganza da Walter Veltroni. Non sarà facile ricostruire un tessuto connettivo con le componenti della Sinistra Arcobaleno. Svanisce anche la prospettiva di recuperare parte dell’elettorato centrista. Il Prodi che rivendicava orgogliosamente il suo essere "non politico" ha seriamente danneggiato il giudizio politico che i contemporanei e i posteri daranno della sua attività di governo, tutt’altro che priva di aspetti e di risultati positivi. La sua drammatica uscita di scena rischia di oscurare quanto di buono è stato fatto.
Non c’è neppure il tempo di fare un bilancio poiché scelte importanti premono. Chi consigliava a Prodi di prendere atto che la sua maggioranza era venuta meno lo faceva, dal Partito democratico e dall’Unione, per guadagnare tempo e ottenere un re-incarico a fini precisi con obiettivi limitati per esigenze istituzionali. Il Presidente della Repubblica voleva evitare quella che è, tecnicamente, una crisi al buio, vale a dire senza soluzioni in qualche modo almeno prevedibili e praticabili. Napolitano voleva soprattutto preservare lo spazio di una trattativa seria sulla riforma elettorale e su alcuni aggiustamenti istituzionali anche per coinvolgere l’opposizione di centrodestra. Tutto questo non è diventato soltanto più difficile. Forse è diventato impossibile. Adesso, il sistema politico italiano scivola rovinosamente verso elezioni anticipate senza avere risolto nessuno dei problemi che hanno attanagliato, dal punto di vista parlamentare e istituzionale, il governo Prodi.
Naturalmente, il centrodestra, tutt’altro che privo di differenze non marginali al suo intermo, è molto fiducioso che la sua vittoria elettorale sarà ampia e priva di inconvenienti. A sua volta, Berlusconi è convinto che i suoi alleati non lo punzecchieranno come hanno fatto dal 2001 al 2006 e che la sua leadership verrà non soltanto nuovamente riconosciuta, ma rafforzata. Vorrà dimostrare che ha avuto ragione lui. A prescindere dalla qualità nient’affatto eccelsa dei governi che ha guidato, Berlusconi non ha capito l’importanza delle istituzioni e di un ridisegno democratico e condiviso dei rapporti fra elettori, parlamento e governo.
Purtroppo, anche su questo terreno le carenze del centrosinistra e le diffidenze del presidente del Consiglio lasciano una eredità non promettente. Il quesito è quanto questa pesante eredità impedirà al Partito democratico di diventare da subito un concorrente temibile di Berlusconi? Probabilmente, Veltroni ha accelerato in maniera rischiosissima un processo che doveva giungere a più lenta maturazione. Vedremo presto se ha le qualità per trasformare la tante volte ripetuta "vocazione maggioritaria" in un esito positivo che sarebbe davvero sorprendente. Qui ed ora si gioca la sua leadership.
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