Pioggia di ricorsi al Tar per annullare l’accordo sulle aree inquinate

Diciassette aziende tra cui Colombin e Facau immobiliare fanno causa al Comune per le bonifiche nei terreni ex Ezit

La bonifica in zona Ezit è un fantasma che ancora si agita irrequieto tra le strade e i capannoni della periferia meridionale triestina. Capace anche di arrivare nell’aula del Tribunale amministrativo in piazza Unità.

Ecco l’incipit. Correva il 25 maggio 2012 quando apposero il loro autografo il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, l’assessore regionale alle Finanze Sandra Savino, il presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat, il sindaco di Trieste Roberto Cosolini, il sindaco di Muggia Nerio Nesladek, il presidente dell’Autorità portuale Marina Monassi, il presidente dell’Ezit Dario Bruni. Firme trasversali. Sembra trascorso un secolo, ma sono solo sei anni: da allora tutte quelle cariche sono cambiate e un paio di enti sono stati soppressi. Si trattava dell’accordo di programma intitolato “Interventi di riqualificazione ambientale funzionali alla reindustrializzazione e infrastrutturazione delle aree comprese nel Sito di interesse nazionale di Trieste”. Pareva poter sbloccare una questione che durava da una decina di anni e che di fatto aveva incartato l’area produttiva del territorio.

Nonostante l’ampio fronte dei firmatari, a qualche diretto coinvolto il contenuto dei 18 articoli, nei quali si articolava il documento, non piacque, tanto che presentò ricorso al Tar Fvg. Nella convinzione che «l’accordo di programma e il Piano di caratterizzazione, che ne costituisce il presupposto, conterrebbero varie previsioni viziate ed illegittime, e gli stessi potrebbero arrecare pregiudizio agli interessi delle aziende ricorrenti».

Nell’aprile 2014, un paio d’anni dopo la sottoscrizione dell’atto, furono Facau Immobiliare srl, 3D Immobiliare srl, Colombin & figlio srl a chiedere così l’annullamento dell’accordo. Quattro anni più tardi - siamo nel maggio 2018 - la giunta del Comune triestino, con una raffica di tre delibere portate dall’assessore Maurizio Bucci, ha deciso di costituirsi in giudizio a tutela di quella firma che venne apposta da Roberto Cosolini. Se ne occuperà l’avvocatura comunale.

L’amministrazione non ha cambiato idea per tre ragioni che le tre delibere naturalmente reiterano. Perchè «la normativa nazionale, lungi dal contraddire i principi comunitari, rende pienamente legittima la scelta di considerare i proprietari delle aree, in assenza dell’individuazione del responsabile della contaminazione, come coinvolti nelle procedure della messa in sicurezza e bonifica». Perchè i ricorrenti «hanno presentato solo supposizioni in merito a future potenziali richieste di danno ambientale, non suffragate da atti formali». Perchè «l’Accordo di programma impugnato contiene le necessarie differenziazioni tra le aree inquinate da soggetti pubblici e non, anche ai fini della quantificazione economica dei costi necessari per gli interventi».

L’Accordo suddivideva gli interventi in tre ripartizioni: “piccoli operatori”, “grandi operatori”, “area a mare”. Per la copertura finanziaria del programma il governo mise a disposizione 13,4 milioni, di cui quasi 11 assegnati alla Regione.

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