L’appello: «Sul progetto per Porto Vecchio m mancano trasparenza e strategia»
ll gruppo “Porto Chiaro” boccia il partenariato Comune-Costim: «Urge un confronto pubblico o sarà troppo tardi»

Un appello alla città, ma soprattutto una richiesta di cambio di metodo sul futuro del Porto Vecchio. È quanto emerso mercoledì mattina al Circolo della Stampa, nel corso dell’incontro promosso dal gruppo “Porto Chiaro”, realtà nata alla fine del 2024 dall’iniziativa di un nucleo trasversale e apartitico di cittadini uniti da una preoccupazione condivisa: il futuro di Porto Vecchio e la direzione intrapresa dal progetto di rigenerazione.
L’obiettivo dichiarato è riportare al centro trasparenza, partecipazione e visione strategica, elementi che – secondo i promotori – oggi mancano nel partenariato pubblico-privato tra Comune e Costim. A introdurre i contenuti è stato l’imprenditore Paolo Luisi, che ha sottolineato come, con il passare del tempo, siano aumentate le perplessità attorno al progetto. Nel mirino, l’assenza di «un’anima ispiratrice e di una chiara idea strategica», ma anche la mancanza di una cabina di regia e il rischio di una frammentazione progettuale che potrebbe tradursi in speculazione edilizia senza adeguato ritorno per la città. Da qui la richiesta di un coinvolgimento reale della cittadinanza e dei portatori d’interesse, dalle categorie economiche agli enti di ricerca, per aprire una nuova fase propositiva, perché «una trasformazione urbana di tale portata deve nascere da un dibattito pubblico ampio e strutturato».
Sul piano procedurale è intervenuto Livio Stefani, che ha ricostruito un percorso segnato – a suo dire – da «scarsa trasparenza» sin dal 2016. Dalla Variante 6 al piano regolatore alla gestione del consorzio Ursus, fino alla scelta di affidare gran parte dell’area a un unico investitore, Stefani ha evidenziato come «molte decisioni siano state assunte senza un effettivo coinvolgimento pubblico. Solo recentemente – ha ricordato – è stato possibile accedere a parte della documentazione tecnica, anche grazie alla procedura di verifica ambientale, che ha comunque consentito a cittadini e associazioni – tra cui Italia Nostra e Wwf – di presentare osservazioni nei tempi previsti».
Tra le proposte concrete, Gabriella Taddeo ha rilanciato l’idea di un infopoint permanente in Porto Vecchio e, soprattutto, la creazione di un polo musicale e artistico, partendo dall’estensione del Conservatorio Tartini, oggi in evidente sofferenza per carenza di spazi. Un intervento che, nelle intenzioni, potrebbe coniugare rigenerazione urbana e produzione culturale.
Molto critico l’intervento di Gianfranco Depinguente, che ha definito il progetto Costim «prevalentemente turistico-immobiliare e incapace di incidere sui nodi strutturali della città, quali calo demografico, desertificazione industriale e fragilità sociali». Secondo Depinguente, l’operazione rischia di produrre abitazioni di lusso in un mercato già saturo e lavoro prevalentemente precario, senza una reale strategia di sviluppo. Dubbi anche sulla sostenibilità economica: i 620 milioni previsti potrebbero non bastare, con una stima reale che potrebbe salire fino a quasi un miliardo. Sulla stessa linea Gianfranco Carbone, che ha chiarito come non vi sia «alcuna opposizione preconcetta, ma una preoccupazione concreta per le conseguenze delle scelte amministrative». Il rischio, ha spiegato, è quello di creare una “città vetrina” scollegata dal tessuto urbano, con decisioni di insediamento lasciate interamente al privato. Carbone ha proposto un’alternativa: un fondo immobiliare con partecipazione pubblica e privata plurale, capace di garantire regia e indirizzo strategico. Centrale, secondo lui, anche il tema demografico: Trieste non può replicare modelli come Barcellona o Genova senza avere conto della propria dimensione.
A chiudere, l’intervento di Enrico Conte, già direttore del Dipartimento Lavori Pubblici del Comune, che ha posto una domanda di fondo: «È davvero in corso un processo di rigenerazione urbana?». A dodici anni dal passaggio di Porto Vecchio al patrimonio comunale, Conte ha evidenziato come si stia procedendo più per interventi edilizi che per visione complessiva. «Un progetto di tale portata – ha sottolineato – avrebbe richiesto un percorso pubblico e partecipato, capace di trasformare l’area non in un semplice quartiere residenziale, ma in un catalizzatore di investimenti e di capitale intellettuale». Dal confronto emerge una richiesta netta: aprire il progetto alla città, prima che le scelte diventino irreversibili. —
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