Porto Vecchio, nuove sfide
Il tempo delle decisioni

Non fare e non decidere possono essere una scelta strategica. Non è per pura concatenazione di casualità, non è l'esito di un destino dannato se Trieste e la Venezia Giulia da decenni vivono in surplace. Ma viene sempre il tempo, anche per i ciclisti più abili nel mantenere l'equilibrio in stallo, in cui devono iniziare a pedalare. Ebbene, il ceto dirigente di Trieste è chiamato a scegliere per la città tra la caduta e l'inizio di un viaggio. Pedalando. Usciamo dalla metafora, parliamo di Porto Vecchio e della gara per la concessione dell'area. La questione è semplice: dopo decenni di ciance, Trieste può permettersi il lusso - anzi lo scialo dissennato - di non cogliere investimenti per un miliardo e mezzo di euro? Può permettersi di non ridare un senso a un territorio di straordinaria qualità dal punto di vista architettonico, storico e ambientale?
Domande retoriche, per chiunque abbia a cuore il bene comune e obiettivi praticabili. Parliamo in primis di obiettivi praticabili, per sgombrare il campo dall'infernale dibattito sulla questione del punto franco e del rilancio di funzioni portuali nell'area appunto di Porto Vecchio. Non mi voglio affatto intrigare della possibilità o meno di ri-attivare funzioni portuali in quel pezzo di Trieste, che è talmente interno alla città da risultare pressoché inaccessibile per i camion. Il punto è un altro e tutti gli altri aspetti sono accessori: ma da dove diavolo dovrebbe piovere il miliardo e più di euro indispensabile per approntare le infrastrutture e le attrezzature indispensabili per moderne attività portuali e logistiche? Denari lo Stato non ne ha e sempre meno ne avrà, come appare evidente anche agli sprovveduti. E non si capisce perché un privato imprenditore dovrebbe andare a impegnare propri quattrini in un territorio che, per le attività portuali e logistiche, non è affatto attraente né competitivo.
Torniamo ora al tema del bene comune e alla gara per la concessione di Porto Vecchio. Bene comune vale nella sua accezione piena: il recupero del Porto Vecchio può essere volàno per una città in debito di ossigeno quanto alla capacità di creare reddito e ricchezza diffusi. Sono pochissime le aree del Paese dove sono coltivati progetti tanto ambiziosi da richiedere investimenti per un miliardo e mezzo di euro. Parliamo di un progetto a scala nazionale, che interessa da vicino di sicuro l'intero Nordest. Se serve un termine di paragone, pensiamo che la tanto attesa terza corsia dell'autostrada A4 Venezia-Trieste richiederà appunto una massa finanziaria paragonabile a quella necessaria al recupero di Porto Vecchio. Appare lapalissiano sottolineare le ricadute - in termini di manodopera impiegata e di commesse per le aziende - dei cantieri di ristrutturazione di Porto Vecchio, lungo un arco temporale stimabile in un decennio. E non parliamo di infrastrutture fini a se stesse, piuttosto di impianti che diverranno sede di imprese e quindi luoghi di creazione di lavoro e di benessere sociale.
L'Autorità portuale ha individuato nella candidatura del tandem di imprese di costruzioni Maltauro-Rizzani De Eccher la proposta più persuasiva. L'amministrazione comunale è ora chiamata a verificarne in primis la compatibilità con le previsioni urbanistiche generali. Al ceto dirigente, e quindi per esempio alle categorie economiche triestine e anche nordestine, tocca vigilare affinché non riparta la solita giostra delle dichiarazioni e dei ricorsi, dei "distinguo" e delle idee migliorative, dei personalismi e dei veti incrociati. Chi ha davvero a cuore il bene comune e il rilancio di Trieste è chiamato a decidere. Il tempo delle chiacchiere e degli attendismi interessati - arte in cui la politica triestina potrebbe tenere lezioni magistrali all'intera ciarlante politica italiana - deve finire.
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