Posta sbiadita sotto la porta e mobili buttati nei corridoi

«Informiamo che il nostro incaricato non ha potuto effettuare la lettura del contatore acqua. La invitiamo cortesemente a comunicare la lettura al numero verde gratuito», firmato AcegasAps. Il nome della multiutility non comprendeva ancora il suffisso “Amga”, perché all’epoca, nel 2014, data dell’avviso, si era da poco fusa con l’azienda udinese che oggi invece completa il gruppo. La notifica, posta su una porta di una delle case Ater, all’inizio di strada per Longera, è attaccata con il nastro adesivo trasparente dal novembre di quattro anni fa. Appiccicate sono anche due buste della Corte d’Appello, contenenti probabilmente l’ordine di sfratto. Sono vecchie pure queste. Lo si nota dall’inchiostro quasi sbiadito. Completa il quadro un sacchetto della spesa, appeso alla maniglia. Forse contiene cibo. Un botta e risposta a pennarello spiega tutto: “Non toccare” e “Ma dove la xe?”.
Scene consuete nei quartieri Ater. Sono le palazzine che includono gli appartamenti sfitti, da rimodernare. Fanno parte di quei 600 che per ora restano “abbandonati”, in attesa di nuove risorse finanziarie per rimetterli a posto e reinserirli nel circolo virtuoso degli alloggi di risulta. La linfa necessaria insomma per provvedere a offrire un’abitazione in locazione a canone sociale a quel 59% di famiglie che quest’anno è rimasto fuori dalla graduatoria, nonostante le domande di partecipazione al bando siano diminuite rispetto agli anni scorsi.
Il tour nei complessi Ater parte da Strada per Longera e attraversa poi Valmaura, Borgo San Sergio e Melara. Ogni rione che accoglie complessi di edilizia pubblica ha una percentuale più o meno importante di appartamenti inutilizzati. Per rimanere in periferia, in via Boito, sopra via Flavia, i caseggiati degli anni ’50 hanno quasi tutti appartamenti sfitti. Al civico 7 si raggiunge il numero più importante: su circa 15 appartamenti solo tre sono abitati da alcune famiglie. Tanto che all’ingresso è appeso un cartello in cui si prega di lasciare il portone aperto fino alle 19.30: «Così - spiega una residente - se il postino o qualcun altro deve consegnare qualcosa e non c’è nessuno a casa, può lasciarla comunque nell’edificio. Essendo noi così pochi è difficile trovare qualcuno».
Nello stesso stabile si notano alloggi disabitati. Dal foro che un tempo ospitava la serratura si intravedono stanze vuote. Una porta è anche aperta, qualche inquilino deve essersene andato da poco. Stessa situazione a Melara, dove tra i corridoi del labirinto s’incappa in mobili abbandonati e sporcizia un po’ ovunque. Anche nelle cosiddette “case dei Puffi”, dal colore azzurro che caratterizza la facciata, non mancano queste realtà e negli scorsi anni delle residenze libere sono state pure occupate abusivamente.
L’atmosfera è pesante. Gli anziani, residenti da una vita a Borgo San Sergio, sono all’esasperazione. L’aria nei pianerottoli è stantia. «Qui ci sono ubriaconi, drogati, è peggio di Scampia, fanno la pipì, siamo invasi dagli scarafaggi – lamentano tre donne sui 70 anni -. Una volta non era così. Vorremmo fare cambio di appartamento con qualcun altro ma appena al telefono diciamo “Puffi”, dall’altra parte della cornetta si sente “tu-tu-tu”, ci chiudono il telefono in faccia, nessuno vuole venire ad abitare qui». C’era un supermercato, ma ha chiuso due anni fa, dicono. «Adesso ha riaperto il bar, dove c’è un covo di gentaglia», commentano.
Sono le 15, fa caldo. Dei papà sorseggiano la birra, i figli litigano. Uno di questi viene ripreso, si arrabbia, tira un calcio contro un armadietto dei contatori. Non importa se fa parte del bene comune. Nessuno gli dice nulla. La lattina è ancora piena, forse è più importante.
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