PREVIDENZA, SI NAVIGA A VISTA
Romano Prodi si è avvalso del dodecalogo per arbitrare la controversia aperta nel governo e nella maggioranza sulla questione dello «scalone». Il premier però ha parlato come la Sibilla cumana: è intenzione del governo di abolire il famigerato salto di tre anni (da 57 a 60 dal 2008) reperendo le relative risorse dalle riforme e dalla razionalizzazione della pubblica amministrazione.
Una dichiarazione che non è in grado di risolvere i tanti problemi connessi alla delicata questione dell'età pensionabile d'anzianità. Si direbbe anzi che la confusione regni sovrana. La dichiarazione di Prodi ha scatenato una ridda di polemiche nella stessa maggioranza. Nei giorni scorsi, in un'intervista a Repubblica, il ministro Cesare Damiano aveva avanzato una proposta praticamente liquidatoria della linea di condotta dell'Economia. Come se la stagione dei saldi fosse iniziata anche nelle pensioni. Il requisito anagrafico del trattamento di anzianità sarebbe sceso a 58 anni (anziché i previsti 60), a partire dal prossimo anno. Successivamente avrebbe operato un sistema sperimentale di incentivi, di durata triennale, consistente in un punto in più di rendimento per ogni anno di lavoro prolungato dopo i 58 (ovviamente insieme al requisito contributivo di 35 anni).
In pratica il 3% anziché il 2%. Ma è il caso di spendere qualche parola di spiegazione, anche se la proposta di Damiano non è stata ritenuta sufficiente - in un crescendo di veti e controveti sempre più assurdi - a chiudere la vertenza con un accordo. Attualmente, nel sistema retributivo, per ogni anno di anzianità contributiva viene riconosciuto (all'interno di un tetto oltre il quale il tasso diminuisce fino allo 0,90%) un 2% di rendimento per un massimo dell'80% dopo 40 anni. La percentuale così ricavata viene applicata alla retribuzione pensionabile (media degli ultimi 10 anni). Supponiamo, dunque, che il reddito di riferimento sia pari a 2mila euro mensili lordi. Un lavoratore che vada in pensione di anzianità avendo maturato i requisiti dei 58 anni di età e dei 35 di versamenti percepisce, grosso modo, 1.400 euro di pensione anch'essi lordi.
Se lavorasse un anno in più, il suo trattamento sarebbe pari - secondo le regole vigenti - a 1.440 euro. Con la proposta di Damiano l'interessato incasserebbe 20 euro mensili lordi in più. Come si vede, sarebbe stato un incentivo assai poco appetibile, soprattutto dopo le severe critiche (non del tutto ingiustificate) che l'attuale maggioranza ha costantemente rivolto al superincentivo voluto da Roberto Maroni (che entro il 2007, anno in cui cesserà i suoi effetti, avrà raccolto più di 100mila adesioni), grazie al quale sono entrati in busta paga miglioramenti salariali esentasse dell'ordine del 40-45%. Restava poi aperta la questione della copertura finanziaria. Nei giorni scorsi la RGS aveva fatto uscire dei dati relativi alle coperture finanziarie da reperire nelle diverse ipotesi di «spalmatura» dello scalone. Una di queste indicava un percorso di gradualità a partire appunto da 58 anni nel 2008. Per compensare i mancati risparmi nel periodo compreso tra il 2008 e il 2016 si sarebbero dovuti trovare nel complesso 9,5 miliardi. L'ipotesi della RGS - questo è il punto - non era «spendibile» con riguardo alla proposta di Damiano per un motivo tanto semplice da essere persino banale. La Ragioneria indicava un tragitto graduale che si sarebbe concluso col raggiungimento - magari più tardi di quanto previsto nella legge Maroni - del limite di 62 anni per i dipendenti e di 63 per gli autonomi. Damiano partiva sì da 58 anni nel 2008, ma si fermava lì, vista l'inefficacia degli incentivi. In sostanza, la manipolazione dello «scalone» porterà necessariamente dei problemi di tenuta dei conti pubblici. Se poi lo si volesse abolire totalmente - i conti sono della Ragioneria - occorrerebbe reperire dal 2008 al 2016 la bellezza di 65 miliardi. Che sia allora possibile stanare risorse tanto consistenti dalla pubblica amministrazione è come succhiare sangue da una rapa.
Tanto più che, nel Dpef, la problematica dello scalone e della relativa copertura è totalmente scomparsa. La trattativa tra il Governo e le confederazioni sindacali è tornata in alto mare anche per quanto riguarda le materie che si ritenevano, in linea di massima, acquisite. E' il caso dei miglioramenti delle «pensioni più basse» (così si esprime il Dpef) che erano state individuate come una priorità d'intervento tanto da destinare a questa voce più della metà del «tesoretto» (1,3 miliardi su 2,5). Evidentemente sono sorti dei problemi, non ancora superati, sulla ripartizione delle risorse rispetto alla platea dei possibili soggetti interessati. In sostanza, ad avviso dei sindacati, gli stanziamenti non sono sufficienti a coprire la platea di pensionati meritevoli di tutela.
Probabilmente si discute anche di un altri delicati aspetti: se deve esserci una «prova dei mezzi» ovvero una soglia di reddito (e quale) per poter accedere al beneficio e come gli aumenti si distribuiscono tra le diverse categorie di pensionati, essendo le prestazioni individuate come oggetto delle misure da predisporre (assegni di importo modesto benché sostenuti da una lunga copertura contributiva), assai frequenti - per tanti motivi - nelle gestioni del lavoro autonomo. I sindacati non hanno voluto drammatizzare la battuta d'arresto anche se hanno fatto cenno - evidentemente per mettere il Governo sull'avviso - all'avvio di una fase di mobilitazione.
Riproduzione riservata © Il Piccolo
Leggi anche
Video








