PROFESSIONISTI DELLA POLITICA
Mercoledì scorso su questo giornale il difensore civico volontario Gambassini ha aspramente criticato la norma della Finanziaria che, nel quadro della riduzione dei costi della politica, ha abolito l'indennità dovuta ai presidenti delle circoscrizioni rionali. La ragione di tale critica, che ovviamente si può estendere a molti altri incarichi pubblici elettivi, è che in questo modo si impedisce di svolgere il mandato in modo continuativo e a tempo pieno.
Si potrebbe lungamente discutere quali e quante siano le funzioni pubbliche che richiedano un tempo pieno, in particolare se si iniziasse a considerare che una parte non trascurabile delle ore dei politici di tutti i livelli sono dedicate, più che all'espletamento di specifici doveri inerenti alla carica ricoperta, alla raccolta di consensi per essere eletti. Ma il problema vero dei costi della politica è quello della professionalizzazione di tale attività che è resa possibile proprio dalla remunerazione di molti incarichi, anche quelli raggiungibili agli inizi della carriera. Tale fatto tende a estendersi nelle zone, pensiamo al nostro Mezzogiorno, ove le occupazioni alternative sono scarse e spesso mal ricompensate. Qualsiasi professionista, infatti, ha per suo obiettivo il mantenimento e il miglioramento della propria posizione. Ne consegue che il politico cercherà di essere rieletto continuamente nella stessa o, se possibile, più elevata carica. Con la conseguenza, aggravata dalla mancanza di limiti al pensionamento, di ridurre il ricambio e di portare ad una vera e propria sclerosi.
La spasmodica caccia al voto pesa spesso sulla finanza pubblica. Da dove altro nasce, se non dall'irresponsabile ricerca del consenso, il debito pubblico che grava oltre che sulle spalle nostre, su quelle delle nuove generazioni? Per non parlare della scarsa efficienza di molte strutture pubbliche quando la tessera di partito finisce per prevalere sulla competenza. La ingloriosa fine della prima Repubblica che oggi,anche molti che militavano attivamente o moralmente nell'opposizione riconoscono aver avuto meriti non indifferenti, è la dimostrazione chiara delle tendenze di una società in cui la politica è diventata mestiere.
Se è la professionalizzazione della politica quella che ne ha accresciuto i costi e allontanato i cittadini, una legge elettorale maggioritaria forse ridurrebbe i problemi, ma non li eliminerebbe. Meglio l'iniziativa popolare proposta da Grillo e di cui non si sente più parlare, per ridurre - come hanno fatto alcuni stati Usa - il numero dei mandati parlamentari. Altro rimedio potrebbe essere quello, di nuovo ispirandosi agli Stati Uniti, di modificare la Costituzione e prevedere ministri che non siano parlamentari, o - forse ancora meglio - che non possano essere scelti tra i parlamentari e non siano eleggibili per la successiva legislatura. Essendo, infatti, meno preoccupati dei voti, potrebbero affrontare con maggior serenità la guerra ai gruppi di interesse che sono tra le cause principali del pericolo di declino che incombe sul nostro Paese. Un suggerimento avanzato, in sede Arel, dall'on. Biasco per il Pd, quello di estrarre a sorte un terzo degli organi dirigenti per evitare la ricerca delle tessere e i relativi favori, potrebbe essere esteso ad altri ambiti. Insomma non è che manchino le soluzioni tecniche: è la volontà politica a essere carente.
Come mostra la strenua difesa dei propri diritti corporativi da notai, farmacisti, distributori di benzina e via dicendo, è difficile sia una categoria a ridurre i propri privilegi. I politici non sono diversi dagli altri, ma forse qualcuno inizia a cogliere i mutamenti in atto nella società. Le proposte modifiche costituzionali per ridurre il numero dei parlamentari e timidi tentativi di tagliare i costi diretti della politica contenuti nella legge finanziaria sono una prima inadeguata risposta alla marea dell'antipolitica che monta nel Paese. Occorre fare in fretta perché, come ha notato un acuto osservatore quale Giuliano Amato, rischia di travolgere le istituzioni democratiche.
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