Prostituzione in via Rastello ma i reati vengono prescritti
Stefano Bizzi
Non luogo a procedere per prescrizione dei termini. Tutto come previsto, o quasi, per una vecchia vicenda legata al mondo della prostituzione, iniziata nel settembre del 2009 e che ha portato a processo due domenicane e una colombiana, oltre a due italiani. Considerata la situazione, era apparso chiaro che si sarebbe andati verso una serie di assoluzioni per prescrizione. Al più, per uno dei protagonisti, ci sarebbe stata, forse, una condanna. Condanna che però non è arrivata perché il giudice ha disatteso le richieste dell’accusa per uno degli imputati.
La sentenza era attesa già lo scorso 4 giugno, ma con il cambio del collegio giudicante, l’udienza era stata rinviata di oltre un mese e con essa era stata rinviata anche la sentenza.
Secondo l’accusa, sostenuta dal pm Paolo Ancora, le domenicane Ana Celia Zapata De Leon (53 anni), Lisset Nero Tejeda (31) e la colombiana Ana Yanci Tigreros (58), esercitavano in città attività di meretricio con il coinvolgimento più o meno compiacente del leccese Francesco Quintino Marzo (68) e del goriziano Paolo Beltram (59). Le accuse spaziano dallo sfruttamento della prostituzione al falso, passando per la violazione delle norme sull’immigrazione. A difendere gli imputati sono stati, rispettivamente, gli avvocati Andrea Aluisi, Monica Susic, Raffaele Mauri, Franco Piceni e Marco Mizzon.
Beltram, in qualche modo, poteva essere considerato anche una vittima degli altri protagonisti dal momento che, a fronte di un compenso di soli 100 euro, nel febbraio del 2012 era stato indotto ad accettare il matrimonio con la più giovane delle tre donne allo scopo di favorirne la permanenza in Italia. Prima ancora, Beltram, in cambio di rapporti sessuali gratuiti, aveva stipulato a proprio nome il contratto d’affitto dell’appartamento di via Rastello 93 dove Ana Celja Zapata De Leon riceveva i propri clienti. Alla proprietaria aveva corrisposto le prime due mensilità e aveva garantito i successivi canoni con fideiussione bancaria.
Beltran e la donna sono stati inoltre chiamati a rispondere in concorso per falsa autocertificazione in quanto, per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno, lei aveva dichiarato d’essere la badante della madre dell’uomo e lui aveva detto d’essere il suo datore di lavoro. Ma non era così.
La vicenda era venuta alla luce perché il via vai di uomini dall’appartamento di via Rastello aveva fatto insospettire una delle inquiline dello stabile che, stanca di quella situazione, si era rivolta alla polizia. La segnalazione aveva dato il via alle indagini. Il personale della Squadra mobile della Questura aveva quindi iniziato a tenere d’occhio il flusso di clienti, fotografando chi entrava e chi usciva.
Nel corso del processo sono stati ascoltati numerosi testimoni e non sono mancati i momenti di imbarazzo tra i clienti, chiamati a raccontare cosa accadeva all’interno della casa. Ma per la sopravvenuta prescrizione, tutto è risultato inutile. —
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