Dal capitalismo ecocida alla battaglia intima degli iraniani, le recensioni dei film in sala

“Digger”, “Her Private Hell”, “La città dei vivi”, “Un po’ di luce”: le nostre recensioni dei fim in sala

Elisa Grando
Un frame da “Digger”
Un frame da “Digger”

“Digger” di Alejandro Gonzales Iñárritu

Dopo dieci anni in cui ci ha offerto solo la versione action e scavezzacollo di sé, tra quattro “Mission Impossible” e un revival di “Top Gun”, Tom Cruise torna al cinema d’autore con “Digger”. Il merito è di Alejandro Gonzales Iñárritu che per il suo nuovo film tra satira, meta-teatro e distopia apocalittica, lo ha voluto nel ruolo “larger than life” di Digger Rockwell, rendendolo irriconoscibile sotto il trucco che lo invecchia di vent’anni. Digger è un avido magnate americano del petrolio: trivella mezzo mondo fregandosene dell’ambiente, dei protocolli di sicurezza, e tenendo in pugno anche il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman). Quando un’esplosione nella sua piattaforma in Alaska fa staccare un gigantesco blocco di permafrost che, impattando le coste del Nord Europa, provoca una catastrofe con milioni di morti, Digger deve cercare una soluzione. O, almeno, deve cambiare a suo favore la narrazione pubblica degli eventi, in combutta col Presidente e gli alti vertici militari, nonostante il suo ingenuo capo della sicurezza (Riz Ahmed) tenti di sconfessarlo. La metafora è scoperta: Digger rappresenta la spregiudicatezza di quel capitalismo che, sostenuto dai politici negazionisti di stampo trumpiano, condannerà l’umanità all’estinzione ignorando il riscaldamento globale. Ma Iñárritu, con uno scarto rispetto alla sua filmografia precedente, mette in atto un dispositivo narrativo inaspettato: la scelta dell’iperbole, del grottesco e dell’overacting sono, scopriremo, una messa in scena all’interno della messa in scena. Meraviglioso espediente per dirci che i “patetici, grotteschi idioti” politici e multimilionari che governano il nostro mondo non sono solo macchiette da prendere in giro con un meme, ma pericoli reali per il futuro di tutti. Del resto, lo dice lo stesso Digger in un monologo quasi espressionista in un grigissimo Parlamento europeo, «non vi serve il termometro per sapere che la vostra vita è cambiata perché fa troppo caldo, eppure tutti amiamo il petrolio, vogliamo il riscaldamento e l’aria condizionata, fare il pieno, prendere biglietti a prezzi stracciati per Maiorca».


“Her Private Hell” di Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding Refn ci porta nuovamente nel suo mondo di neon, luci violette, sesso patinato e iperviolenza con “Her Private Hell”, che arriva a dieci anni da “The Neon Demon” come un omaggio al cinema, in particolare all’horror e alla fantascienza italiana degli anni ’60. La storia è quella di Elle (la cantante e attrice americana Sophie Thatcher), un’attrice che sta girando un film di fantascienza diretto dal padre insieme alla giovane collega Hunter. Dopo aver scoperto da due costumiste la leggenda di Leatherman, un misterioso assassino di giovani ragazze, dalla finestra le due assistono al brutale omicidio di una vicina di casa. Sulle tracce di Leatherman c’è anche il soldato K (Charles Melton) che, di stanza anni prima in Giappone, ha perso la figlia per mano dell’assassino (o è forse un demone?). La trama, però, è poco più di un pretesto: a Refn interessa cesellare il suo personale, artificiale universo, una dimensione estetizzata che stavolta richiama i costumi e l’estetica retro-futurista di cult come “La decima vittima” di Petri e “I criminali della galassia” di Margheriti, ma anche la torbida inquietudine dei film di Brian De Palma, bagnando il tutto, non a caso, con le ipnotiche musiche di Pino Donaggio. Mancano i brividi di “Solo Dio perdona” e soprattutto di “Drive”: il cliché qui è esibito, “Her Private Hell” non cerca l’anima ma lucida la superficie, col feticismo grandioso che è il marchio di Winding Refn da sempre. Piacerà a chi ama il pastiche di genere e accetta il suo gioco.


“La città dei vivi” di Edoardo Gabbriellini

Dieci anni fa, in un anonimo appartamento del quartiere Collatino a Roma, il ventiduenne Luca Varani veniva torturato e ucciso da due ragazzi poco più grandi di lui, Manuel Foffo e Marco Prato, dopo due giorni di folli abusi di alcool e droga. Un delitto efferatissimo, che ha scosso cronache e coscienze anche perché senza movente: al male insensato perpetrato dagli assassini Nicola Lagioia ha dedicato il romanzo “La città dei vivi” (Einaudi), al quale Edoardo Gabbriellini si ispira ora per un film molto diverso. Se il libro scavava, grazie anche a una puntualissima ricerca sulle fonti, nel vuoto delle intenzioni dei carnefici e nella loro incapacità di assumersi la responsabilità dei propri gesti, l’ottimo film di Gabbriellini esplora invece il mondo della vittima, che la cronaca nera lascia spesso in ombra. Così conosciamo Luca, interpretato da Emanuele Maria Di Stefano, nei mesi precedenti alla morte, un ragazzo di periferia cresciuto con amore dai genitori adottivi, gente semplice e onesta. Luca è indeciso su cosa fare della sua vita, è iscritto senza convinzione alle scuole serali, prova un impiego in un’officina, è in un tira e molla sentimentale con la fidanzata (Gaia Merlonghi). Sono la confusione sul futuro e la voglia di realizzare soldi facili ad attirarlo in un giro pericoloso di droga e sesso a pagamento in case della Roma borghese: una doppia vita che lo porterà all’incontro fatale. Il regista si allontana scientemente dal crime movie e dalla messa in scena della violenza: pedina anzi il suo protagonista alla giusta distanza, raccontando anche una Roma di ordinaria marginalità, che ancora separa i destini in base alla classe sociale e può aprire crepe nell’abisso. Ci racconta insomma, senza clamori e senza sangue, con approccio naturalistico, un orrore tanto prossimo da diventare invisibile. Invece che il mostro guardiamo la vittima e l’umanità che lascia dietro di sé: come quel padre, interpretato da un immenso Valerio Mastandrea, che quando i Carabinieri suonano alla porta per annunciare la tragedia – scena condivisa da libro e film - li zittisce, offrendo loro un caffè. Come volesse spostare ancora per poco il piede dal precipizio del dolore.


“Un po’ di luce” di Ali Asgari

Girato a Teheran a inizio 2026 in semi-clandestinità, nei mesi fra l'orrore del massacro di centinaia di manifestanti da parte delle autorità e l’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il bellissimo “Un po’ di luce” del regista Ali Asgari fotografa non solo la quotidianità tormentata degli iraniani, ma anche la loro battaglia intima per continuare a vedere un futuro. Sullo schermo è in particolare quella del medico Arash, la cui vita cambia radicalmente dopo essere stato arrestato per aver curato dei ragazzi feriti durante le proteste antigovernative. La polizia mette i sigilli al suo ambulatorio: il senso di impotenza e la perdita della speranza, per sé e il suo paese, spingono Arash alla decisione di suicidarsi. Prima di farlo, però, vuole informare le sorelle, il fratello e la madre perché non siano colti di sorpresa dall’evento: in una giornata in giro per Teheran, con il terrore che Trump scateni i bombardamenti che continua ad annunciare, il medico racconta uno ad uno ai suoi cari il suo proposito raccogliendo il loro sgomento, ma incontra anche gente comune che lotta silenziosamente per sopravvivere a un presente crudele. I film di Ali Asgari, da “Kafka a Teheran” a “Divine Comedy”, rubano dalla realtà per rivelare come il sistema politico e sociale in Iran regolamenti ogni aspetto dell’esistenza dei cittadini, anche quelli più privati: solo continuare con la propria vita diventa un piccolo atto di resistenza. “Un po’ di luce” lo mostra con toccante asciuttezza: fa sua la lezione del Neorealismo, che Asgari ha imparato ad amare studiando in Italia, ma si ispira dichiaratamente anche a “La stanza del figlio” di Nanni Moretti, per come affronta il tema della disperazione, e a “Il sapore della ciliegia”, su un altro uomo che intendeva suicidarsi. A differenza che nel capolavoro di Abbas Kiarostami girato nel 1995, però, oggi le grandi speranze sono finite: come suggerisce il titolo di Asgari, agli iraniani non rimane che aggrapparsi ai piccoli “sprazzi di luce”, le relazioni d’affetto e d’amore, gli squarci di gentilezza pur nella repressione, durissima anche nei confronti di cineasti e intellettuali. Missagh Zareh, che il pubblico italiano conosce dal bel film “Il seme del fico sacro” nel ruolo quasi antitetico di un giudice del Tribunale rivoluzionario, regala qui un’interpretazione potentissima, tutta implosa nei gesti e negli sguardi. Un film importante di resistenza politica ed emotiva, che si fa monito sulle conseguenze tragiche di tutti i regimi

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