REGIONALI IL VENTO DEL NORD

La bufera impazza e non risparmierà le periferie. Il tema non sembra ancora entrato nelle agende politiche regionali, ma prima o poi - più prima che poi - ci entrerà di prepotenza: quali saranno le conseguenze sul quadro politico friulgiuliano, e più ancora sul voto di primavera, del vento ostile alla politica che soffia nel Paese ogni giorno più impetuoso? La campagna elettorale, di fatto aperta da mesi, non pare occuparsene. Ma pensare che la cosa non ci riguardi, e che il rapporto tra i cittadini e il Palazzo continui a essere quello di sempre, negli umori come nei voti, significa non aver capito nulla di quel che sta accadendo; non aver colto la crescente disistima, ormai sconfinata in disprezzo, che la gran parte dell'elettorato riserva alla politica senza distinzioni.


Tutti uguali, per l'uomo della strada. Un clima che ricorda molto da vicino quello del 1992, di cui le inchieste di Tangentopoli furono insieme origine e conseguenza, e che a conseguenze altrettanto dirompenti potrebbe condurre. E dunque, cosa? La prima constatazione, ancora impercettibile nelle analisi quotidiane, è che nelle regioni settentrionali - e la nostra non fa eccezione - spira di nuovo un vento ”nordista”. Il vincolo d'identità nazionale, pur molto solido in Friuli Venezia Giulia per ragioni storiche e culturali, è messo a dura prova dal crescente divario economico, sociale e civile tra Nord e Sud d'Italia. Il cittadino non fa troppi distinguo tra l'immondizia di Napoli, l'inchiesta sulla famiglia Mastella, la condanna del presidente della Sicilia Cuffaro e la scorta necessaria agli imprenditori che si ribellano alla mafia: tutto ridiventa parte di un medesimo rigetto, che cresce al crescere della sordità della politica e della forbice dello sviluppo.


Quanto alla politica, più di tutto dice la foto di Mastella in giro per la sua Ceppaloni l'altro ieri, con la gente festante in piazza protesa verso di lui: l'avesse fatto a Udine, Treviso o Pordenone, l'avrebbero spernacchiato (e che poi nelle carte che lo riguardano vi sia il peggio della politica italiana, ma poco o nulla di penalmente rilevante, alla gente interessa meno di zero). Quanto allo sviluppo, non c'è indagine economica che non registri quotidianamente l'abisso ormai esistente nel Paese in termini di efficienza, produttività e capacità di competere sui mercati internazionali: il Nord fa meglio della Gran Bretagna, il Sud peggio dei peggiori d'Europa. La globalizzazione denuda ed esalta le diverse velocità degli spazi economici. Dai e dai, non può restare senza conseguenze nell'elettorato. Con quali esiti? Protesta più vento nordista, uguale Lega: si votasse domani in Friuli Venezia Giulia, scommetteremmo su un'impennata di consensi del Carroccio, rinfocolato dalla protesta che monta e dai divari regionali sempre più evidenti, dopo che solo un paio d'anni fa pareva condannato a un inesorabile declino.


La Lega ne è consapevole, e di qui la tentazione a presentarsi da sola nell'urna e fuori del centrodestra. Le contingenze interne ed esterne fanno proprio del partito di Bossi l'attuale baricentro della politica regionale. Da solo farebbe il miglior bottino di voti, ma assottigliando la Casa delle libertà consegnerebbe a priori al centrosinistra e a Illy il successo, diventandone un alleato di fatto ideale (utilissimo per vincere, ma fuori dalle scatole per governare). Con il centrodestra coltiverebbe qualche residua chance di spuntarla, ma dimagrito in consenso potenziale e visibilità. Un bel dilemma, ma anche un'ottima leva per negoziare con gli alleati: alla soluzione non sarà estranea l'eventuale candidatura di Fontanini a Udine e della Dal Lago a Vicenza, dove una Cdl unita ha già il sindaco in mano. Dato per scontato un forte incremento di astenuti, il clima dell'anti-politica premierà ragionevolmente anche i partiti da sempre caratterizzati sulle ”mani pulite”, come An da una parte e Dipietro (pur molto debole in regione) dall'altra.

 

Ma, soprattutto, sul piano personale potrebbe dare un'ulteriore spinta a Riccardo Illy, per la sua chiara e non scalfibile identità di non-politico agli occhi dell'opinione pubblica. Davvero un caso da studiosi di scienza della politica: un leader che opera nelle istituzioni (e quindi fa politica) da 15 anni, ma che nel profilo individuale non ne trae il minimo nocumento invece destinato a qualsiasi esponente. E ciò non accade, come molti avversari si ostinano a credere, per la sua capacità d'investire in immagine e comunicazione, bensì per il fatto che non parla mai di politica, bensì sempre e solo di cose da fare o da non fare, e del perché farle o meno: un approccio contenutistico-manageriale che, condito da stile, prassi e orientamenti estranei alle categorie tradizionali della politica (ad esempio, apparire solo quando ne vale veramente la pena), lo ha reso agli occhi di buona fetta dell'elettorato come "altro" dagli schieramenti, anche se ha gli assessori dei partiti e governa con Rifondazione. E quando impazza la bufera, essere ”altro” è un'assicurazione sulla vita.

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