RIFORME BANCO DI PROVA DEL PD

Tanto tuonò che piovve: non una pioggerellina lieve, ma uno scroscio temporalesco che ha creato un fiume a carattere torrentizio tale da spazzare via molte, se non tutte, le perplessità che si erano depositate nei dibattiti della lunga vigilia sul Partito democratico e sulla modalità della sua nascita. Una vigilia durata mesi, frutto di una gestazione in parte difficile e controversa, ma che infine ha premiato la lunga marcia.


La massa dei votanti è senz'altro significativa e tale da non ammettere ripensamenti: si cambia pagina o quasi. Fassino, sugli schermi del giorno dopo, appariva come colui che ha consegnato il cerino acceso nelle mani di altri, dopo aver completato dignitosamente una parabola in discesa, consapevole di aver sparso e disperso qua e là pezzi di vecchio comunismo ex Pci, ex Pds, ex Ds, e al tempo stesso di aver dissolto il post-comunismo in quella che Veltroni chiama la nuova stagione.


Emozioni intense dei leader, della base in parte convinta, in parte rassegnata, anche se nostalgica, comunque attenta al nuovo che avanza, tutto concentrato nelle mani del buonista Walter che avverte subito: niente correnti! Un mettere le mani avanti per allontanare preventivamente rivendicazioni derivate da considerazioni tratte dalle quantità di voti dell'uno o dell'altro leader, appartenente all'uno o all'altro ex partito.


Tutto ciò sembra colorato da una atmosfera di ultimo giorno di scuola da un lato, e di inizio non delle vacanze, ma di un nuovo anno con tutte le ansie di posizionamento, alla ricerca del banco giusto e del giusto vicino di banco. Veltroni avverte anche di essere «tosto», altro che buonista: chi pensa di tracheggiare se lo scordi. Il profilo del leader non sembra essere cambiato in questi ultimi tempi, né settimane, né giorni: sempre lo stesso Veltroni, morbido, deciso, gentile, un po' ondivago quel tanto che serve per non irritare nessuno o quasi, né all'interno e poco anche all'esterno.


Le margherite hanno lasciato sul terreno i loro petali a percentuali invero modeste: non rimane che far buon viso a cattiva sorte. Se si accetta una sfida la si accetta con tutte le incognite procedurali, etiche e politiche che questo comporta. Agitare il sospetto di irregolarità nel voto sembra fuori luogo: al di là delle percentuali o del numero effettivo dei votanti, le code per votare le hanno viste tutti, e non esistono regole codificate per queste primarie che, se sono un segno di democrazia diffusa, possono peraltro suscitare anche non poche perplessità: di questi aspetti la destra insiste per sgonfiare il successo di quei significati che possono incrinare le certezze della gente nel partito gigante coagulatosi intorno a Berlusconi.


Il suo «Me ne frego di Veltroni» è il segno del pericolo percepito e non è certo atteggiamento sufficiente a dissipare le preoccupazioni per un avversario che potrebbe rivelarsi più agguerrito del previsto; ma anche comodo motivo per ricompattare la coalizione di destra e riaffermare un bipolarismo atipico ed imperfetto, quanto più le frazioni di destra tendono a distinguersi dalla compagine definita «Casa delle libertà». Azzardato peraltro appare il pensiero di chi vuol comprendere nel voto di domenica anche frange spurie rispetto all'ortodossia diessina e margheritiana: pensando che cittadini in senso lato, grillini e compagni di antica fede comune possano essersi recati a votare amplificando un successo lontano rispetto agli ultimi atteggiamenti assunti. Le riforme tuttavia saranno il banco di prova di questo Partito democratico: Prodi, al di là delle rassicurazioni, ha margini stretti; Diliberto e Giordano ora sembrano ancor meno disposti a farsi più in qua, ad avvicinarsi a posizioni meno «intransigenti», considerate tali nella valutazione di molti.


Andare in piazza come preannunciato da Pecoraro Scanio servirà a poco e non sarà certo edificante e rassicurante per questo governo. La chiamano sinistra antagonista e come tale si comporta, certa di fare l'interesse, oltre che di interpretare la volontà, dei suoi adepti. Ma il sostegno al governo Prodi e le riforme che Veltroni promette sono compatibili? Fino a che punto Veltroni potrà stare in equilibrio fra spinte e controspinte che si rincorrono all'interno dei grandi temi del welfare e delle riforme? Da questo palinsesto sembrano derivare teatrini dislocati in sedi calde, dalle fonderie al pubblico impiego, dalla sanità alle pensioni, dalla scuola all'università. Il petrolio intanto vola oltre gli ottantasei dollari e i condizionamenti internazionali rischiano di smorzare gli entusiasmi per una metamorfosi della politica italiana, metamorfosi che ci auguriamo di sostanza non di sola forma.


Questo esperimento si è per ora concluso nel migliore dei modi: capitalizzare queste positività non sarà facile dopo aver acceso aspettative che sembrano momentaneamente aver fugato i pericoli del grilliamo dilagante e di quella che del tutto impropriamente continua ad essere chiamata «antipolitica». Un proverbio inglese dice che la massaia sa quarantotto ore dopo se il budino è buono. Per il momento sembra tale, ma bisogna ancora assaggiarlo. A proposito: «Me ne frego» non ci ricorda qualcuno?

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