RITORNA IL LATINO
Il papa permette che, dal 14 settembre, la messa si possa celebrare anche in latino. Basta che un certo numero di fedeli lo chiedano. Già la vedo, l'Italia cattolica dopo la metà di settembre: sulle porte delle chiese ci saranno i cartelli: «Qui messa in latino» o «Messa in italiano». Le chiese del centro città, dell'alta borghesia, le cappelle universitarie, avranno la messa in latino. Le parrocchie delle periferie e delle campagne continueranno con la messa in italiano. Avremo un'Italia cattolica non più unitaria, ma a pelle di leopardo.
La messa in latino rappresenta un passo indietro. Ma «passo indietro» non significa «errore». Il problema è: ciò che la Chiesa chiama «verità» ci sta davanti o dietro? Noi andiamo verso la verità o veniamo dalla verità? Se andiamo verso la verità, la messa ha senso solo nelle lingue volgari. La parlata volgare segna il punto in cui siamo nel cammino lungo la vita e la storia. Ma se la verità è stata rivelata, e compito della Chiesa è custodirla, la messa ha senso soltanto in latino. Una verità detta in latino e una verità detta in francese o in inglese non sono la stessa verità. Mi sorprendo ogni volta che, sostando in una chiesa inglese, sento chiamare Lord chi noi chiamiamo Signore.
Nel passaggio da una lingua a un'altra cambiano i nomi, con i nomi le cose, con le cose il mondo. Una lingua è un mondo, un'altra lingua è un altro mondo. Lungo i secoli, noi siamo andati verso una messa in italiano che non è la traduzione della messa in latino, ma la sua sostituzione, con altri concetti. Il «Deus sabaoth» è il Dio degli eserciti. Nella traduzione italiana diventa il «Dio dell'universo». Nel testo greco Gesù offre corpo e sangue «perì pollòn», per molti. In latino, «pro multis». In italiano oggi è «per tutti». Dunque, in greco e latino Gesù viene per una salvezza mirata: offerta ad alcuni e non ad altri.
Qui s'innesta un problema enorme: se la salvezza è offerta a molti ma non a tutti, agli altri cosa resta, la perdizione? Immancabilmente, il «pro multis» si lega al «perfidis Judaeis», quelli che a suo tempo han chiesto (in Matteo) che il sangue di chi era venuto per salvare l'umanità ricadesse su di loro e sui loro figli. Ogni tanto qualche scrittore o regista cattolico s'interroga sul rispetto dei testi originari. In Italia, la domanda va da Dante fino a Papini, Fellini, Pasolini, Testori, Luzi. Nel cinema, l'ultimo a porsi la questione è stato Mel Gibson. Ha girato «La Passione» a Matera, sul greto del fiume e tra i Sassi, e alla sera andava a cena (mezza pizza a testa) col parroco di sant'Agnese e gli chiedeva: «Cosa dite voi preti, quando alzate il calice?» «Offerto a voi e a tutti...» «No no no!» protestava Gibson, e tirava fuori i testi greci e latini. I testi gli davan ragione.
Ma quella ragione non è più dicibile. Neanche per Gibson. Lui fa parlare Gesù e il popolo in aramaico e traduce l'aramaico nelle didascalie, ma quando il popolo urla: «Il sangue suo ricada su di noi e sui nostri figli», non mette la didascalia. Non vuole che il suo pubblico senta e capisca. Anche per lui, quelle parole sono oggi impronunciabili. E allora, il ritorno alla messa in latino non può essere un ritorno ai testi originari. Il «perfidis Judaeis» non ci sarà. Il «pro multis» nemmeno. Non solo non tornerà, ma il Cattolicesimo di oggi lo sente come non-cattolico: chi viene per salvare alcuni uomini ma non tutti non può essere il salvatore dell'umanità.
E allora rispondiamo, alla domanda iniziale: la Chiesa si ritiene custode della verità (Ratzinger lo confermava proprio ieri: l'unica Chiesa voluta da Cristo è quella cattolica), ma ha due compiti verso la verità: aggiornarla continuamente e non perderla mai di vista. Il ritorno al latino serve al secondo compito.
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