Rivera: Nereo Rocco come un padre, da lui sempre consigli giusti

Ha saputo destreggiarsi in ambito politico, adesso indossa con grande naturalezza scarpe laccate e smoking impeccabile esibendosi in tv nelle evoluzioni di “Ballando con le stelle”. Ma in realtà è conosciuto per essere stato uno dei più grandi prodotti del calcio italiano di sempre. E non solo. Che lo si chiami “Abatino” o “Golden boy”, due dei soprannomi più celebri che gli sono stati assegnati, cambia poco. Gianni Rivera, quando la boa dei 70 anni non è più così lontana, resta il ragazzo di sempre, quello che a sedici anni non ancora compiuti debuttò nel massimo campionato italiano, e che poi con la maglia del Milan in vent’anni di carriera ha vinto tutto quello che c’era da vincere.
Il suo nome da sempre viene associato a quello di Nereo Rocco. Una simbiosi, quella tra i due, imprescindibile sia sul piano sportivo che soprattutto su quello umano. Rivera non ha mai disertato nessun appuntamento dedicato alla memoria del grande Paròn negli ultimi anni e sarà così anche tra qualche mese, quando nella cornice del magazzino 26 del Porto Vecchio sarà inaugurata la mostra dedicata a Rocco in occasione del centenario dalla nascita.
Rivera, immaginiamo che lei farà il possibile e anche l’impossibile per esserci.
Ci sarò sicuramente, so che si sta organizzando un grande evento a Trieste, una mostra dedicata al Paròn visitabile nel corso di tutta l’estate. Devo ancora decidere la data, ma la mia presenza è assicurata.
Quando si parla di Rocco le brillano gli occhi...
Beh, non può che essere così. Quello di lui per me è un ricordo unico. Si tratta di un personaggio indimenticabile, che sprizzava gioia di vivere, vitalità, umanità soprattutto. In lui c’erano tutte le cose migliori che un essere umano può avere.
Diciamocelo francamente, personaggi come Rocco adesso purtroppo non esistono più?
È così, in effetti. Certe figure nel calcio erano e restano irripetibili. Lo erano già nel passato, figuriamoci adesso, quando si sente la mancanza di leader carismatici, di persone vere.
Sia sincero: neanche lei si diverte più con il calcio di adesso?
Effettivamente adesso faccio molta più fatica a trovare divertimento nel calcio. Una volta era semplicemente un gioco, tanto che io ho sempre detto di essere stato uno che giocava a calcio, non un calciatore. Adesso la parola “gioco” sembra buttata lì a caso, ma in realtà ha perso il suo significato originale.
E Rocco?
Credo che lui avrebbe trovato il modo di divertirsi lo stesso, adattandosi alle situazioni. Poi comunque avrebbe fatto le cose a modo suo.
Lei è sempre stato il pupillo prediletto di Rocco, ma avrete pure avuto qualche battibecco...
Sinceramente no. Anzi, sì, una volta. Tornavamo da una trasferta a Salonicco e alle porte c’era una gara decisiva di campionato a Verona. Io provai a suggerirgli di lasciare un po’ di libertà ai giocatori e furono scintille. Pensandoci bene, a posteriori, aveva ragione lui, anche in quella circostanza, a tenere tutti sulla corda.
Tra voi c’era comunque un rapporto speciale?
Uguali non si può essere, ma eravamo molto simili. Casualmente lui faceva l’allenatore e io giocavo. Ma in realtà il rapporto era cementato sul piano umano. Per me è sempre stato come un padre o come un fratello maggiore che ti dà i consigli giusti.
Secondo lei perché Rocco è stato amato più fuori Trieste che non nella sua città?
Probabilmente perché si è realizzato professionalmente lontano dalla sua città natale. Forse i suoi concittadini avrebbero voluto che avesse vinto a Trieste tutto quello che poi in effetti ha vinto. Comunque poi hanno rimediato dedicandogli lo stadio.
Rivera: politico, ballerino... Ma non dica che si trova meglio con i tacchi che con gli scarpini.
No no, mi trovo a mio agio molto di più a indossare le scarpe bullonate, il problema è che ora, alla mia età, non ho più la forza per farlo.
Se riferendoci a “Ballando con le stelle” le auguriamo vinca il migliore, lei come risponde?
Naturalmente come Rocco: “Speremo de no”!
Pierpaolo Pitich
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