SBAGLIATO ABBANDONARE LA PERIFERIA

Tra una decina d'anni il volto di Trieste sarà radicalmente trasformato. E non solo per la mole di opere pubbliche in cantiere e per l'effetto del futuro piano regolatore, temi che occupano quotidianamente il dibattito cittadino; bensì anche per la rivoluzione in atto nel commercio, che avrà conseguenze assai rilevanti sia sulla struttura del tessuto produttivo locale, sia sull'assetto della città così come la conosciamo: strade e piazze, frequentazione delle periferie, gradevolezza dell'ambiente. Piaccia o meno, i negozi di quartiere saranno spariti quasi tutti, e quelli del centro saranno messi a dura prova dalla competizione dei megacentri commerciali: sta già accadendo. Trieste sarà molto diversa.


È un tema a cui si pensa poco, ma che è bene considerare oggi per non trovarsi spiazzati domani, quando ci troveremmo con aree della città un tempo vive e brulicanti divenute d'un tratto spente e semideserte. Sarà l'inevitabile conseguenza di un fatto locale innestato su un fenomeno sociale non italiano, ma almeno europeo. Tutto triestino sarà il proliferare di grandi centri negli anni a venire: dall'ex Silos ad Aquilinia alla zona industriale, sorgeranno vari complessi destinati a ospitare centinaia di nuovi punti vendita. Avremo un'offerta commerciale di molto sovradimensionata rispetto alle esigenze locali, tanto più che lo è già da anni, da quando aprirono "Le Torri" dopo "Il Giulia"; e il crescente punteggiarsi di vetrine cieche nell'una e l'altra struttura lo dimostra. Le aspettative saranno riposte sulla clientela da fuori, da Slovenia e Croazia come dall'Austria e dal Friuli.


Prospettiva ardua, ché arriviamo in buon ritardo come al solito: a intercettare gli acquirenti da Est ci sono già i megacentri da Lubiana a Zagabria, e da Villacco in giù quelli alle porte di Udine e presto l'Ikea di Villesse. La contingente situazione triestina, si diceva, enfatizza un fenomeno di vasta portata: in tutt'Europa si assiste alla progressiva sparizione dei negozi di vicinato e la loro concentrazione nei grandi centri di periferia, quasi sempre abbinati agli ipermercati e all'intrattenimento. La si pensava una tendenza che non avrebbe potuto attecchire, proveniendo dagli Stati Uniti privi di storia architettonica e urbana e quindi di centri storici che nutrono la vita delle comunità. Eppure ha attecchito. La Francia, patria della grande distribuzione, ha fatto scuola nel campo; l'Italia segue. Significa tutto ciò che i nostri nuovi insediamenti andrebbero avversati, e male fece chi diede loro il via libera? Niente affatto. Primo, non si può chiudere Trieste sotto una campana di vetro, e ci pare che di campane la città ne abbia in abbondanza, e vadano smantellate anziché erette. Secondo, è la naturale evoluzione del mercato e della vita quotidiana: nuove iniziative aprono e altre (o le stesse nuove) chiuderanno, in ossequio alla "distruzione creatrice" descritta da Schumpeter.


Saranno i consumatori a trarne vantaggio e a decidere, ad esempio scegliendo tra miglior servizio e minor prezzo: chi ha sposato l'offerta giusta sarà premiato e altri faranno dietrofront, come accade ogni giorno. È invece indispensabile che i Comuni valutino le conseguenze di tutto ciò sul tessuto delle città e affrontino quelle deteriori, che si manifesteranno specie in periferia. Proviamo ad azzardare una lettura del futuro, consci che di azzardo si tratta? Ebbene, è prevedibile che i negozi e gli esercizi del centro storico subiscano la pressione dei prezzi, ma reggano l'urto, a patto di rinnovarsi nell'ambientazione e nel servizio. Per quanto il tema sia sgradito ai commercianti triestini, e il servizio sia migliorato negli ultimi anni, la cortesia e la qualità albergano ancora troppo poco nei nostri negozi, dove la mitica risposta "quel che xè, xè là" rimane troppo frequente, eredità culturale degli anni d'oro dei jeansinari in cui i clienti piovevano a frotte anche maltrattandoli.


Ma insomma questa consapevolezza va crescendo, chiedere un consiglio a una commessa gentile e competente è un piacere per chi compra, e passeggiare in Piazza della Borsa o cenare in zona pedonale sarà sempre più piacevole che lungo un corridoio illuminato nella Valle delle Noghere. Chi sparirà - sta già sparendo - saranno i negozi in periferia: troppo decentrati per mobilitare sufficiente clientela e investire sulla qualità, troppo piccoli per competere sul prezzo con i megacentri. Gli alimentari sono già quasi scomparsi (salvo quelli capaci di costruire un reale rapporto con il cliente, che non spariranno mai), agli altri toccherà presto. In una decina d'anni avremo quartieri trasfigurati: privi di attività e di gente che si muove, acquista e vende, passeggia e trasporta, privi di luci sulla strada di sera. Quartieri vuoti e bui con i negozi sostituiti da garage.


Il che, per le aree periferiche meno "nobili" e già oggi trascurate, potrebbe comportare un grave degrado. Di qui un doveroso segnale agli amministratori pubblici: non abbandonare le periferie all'abbandono delle attività commerciali. Investire sull'arredo urbano, sulla riqualificazione di strade, piazze e marciapiedi non solo nel cuore della città ma anche a Valmaura e Borgo San Sergio; creare servizi semplici ma essenziali come panchine, spazi di ritrovo e aree di gioco. Non è un tema da poco: investe la vivibilità di Trieste intera, se non vogliamo vederla diventare un grazioso centro storico attorniato dal degrado del suburbio.

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