Dna alieno e microplastiche nel buio del Carso: i segreti del Timavo rivelati dall'Università di Trieste

Tra il mistero del fiume sotterraneo lungo 40 chilometri e le specie mai viste prima: il lavoro di geologi, zoologi ed ecologi nelle grotte tra Italia e Slovenia

Giulia Basso
Il lavoro di ricerca nelle grotte del Timavo viene portato avanti da anni da parte dell’Università di Trieste. Raffaele Bruschi e Chiara Marini sono coinvolti in più progetti.
Il lavoro di ricerca nelle grotte del Timavo viene portato avanti da anni da parte dell’Università di Trieste. Raffaele Bruschi e Chiara Marini sono coinvolti in più progetti.

Mentre il Carso brucia e la siccità impone i primi razionamenti, pochi metri sotto quella stessa terra arsa scorre uno dei fiumi più misteriosi d’Europa, il cui corso sotterraneo non è ancora del tutto tracciato.

La spiegazione sta nella geologia: la pioggia non resta mai in superficie, sparisce nelle fessure della roccia calcarea e si raccoglie nel Timavo, che nasce in Croazia, attraversa la Slovenia col nome di Reka, si inabissa nelle Grotte di San Canziano, patrimonio Unesco dal 1986, e riemerge a Duino dopo aver percorso quasi 40 chilometri nell’oscurità.

Da quasi 200 anni i ricercatori tentano di tracciarne il percorso esatto, per proteggere una risorsa idrica condivisa tra due Stati, racconta il geologo Luca Zini, che ne studia da decenni la struttura idrogeologica. Nel Carso classico sono state esplorate oltre 5.000 grotte, ma solo una decina raggiunge il livello di base delle acque: gli studiosi le chiamano «le grotte del Timavo».

In quel buio l’Università di Trieste porta avanti da anni più filoni di ricerca, continuativi e poco raccontati. Tra questi quello di Chiara Manfrin, ricercatrice di Zoologia al Dipartimento di Scienze della Vita, che usa il Dna ambientale per rilevare specie difficili da osservare direttamente, troppo piccole o troppo rare per i metodi tradizionali. Il metodo ha già dato un risultato che ha sorpreso gli stessi ricercatori: nella grotta Luftloch è stato rintracciato il Dna di una medusa d’acqua dolce originaria della Cina, la Craspedacusta sowerbii, mai osservata prima nelle acque sotterranee del Carso.

Ora è in corso la verifica di una seconda specie, ancora più significativa: una medusa stigobia, adattata alla vita sotterranea, che se confermata non sarebbe una specie arrivata da fuori come quella cinese, ma un organismo autoctono mai visto prima. «Monitorare oggi la biodiversità di un fiume sotterraneo come il Timavo» spiega Manfrin «significa conoscere e tutelare un ecosistema invisibile ma di straordinaria importanza, che alimenta anche l’acquedotto del territorio». Anche per questo, il corso “Tenebris vitae”, organizzato con la Società Adriatica di Speleologia, ha formato gli speleologi sulle tecniche di campionamento genetico.

A cercare, nelle stesse grotte, qualcosa di totalmente diverso è Raffaele Bruschi, dottorando in Ecologia nello stesso dipartimento e speleologo lui stesso. Se Manfrin cerca la vita, Bruschi cerca l’impronta dell’uomo: le microplastiche.

«Il Timavo e la Grotta di Postumia sono due laboratori naturali molto diversi ma complementari» spiega Bruschi, che lavora su entrambi, in collaborazione con il Karst Research Center di Postojna. Nel Timavo osserva gli effetti indiretti: il fiume nasce in superficie, attraversa un bacino esteso e porta con sé, quando si inabissa, tutto ciò che raccoglie dalle attività umane, fino alle grotte più profonde. A Postumia, meta di turismo di massa, Bruschi studia invece la pressione diretta dell’uomo, fino all’alterazione tra microplastiche e Proteus anguinus, l’anfibio simbolo del Carso. «Si dice spesso che gli speleologi siano le braccia degli scienziati - racconta Bruschi -; io ho la fortuna di essere contemporaneamente chi esplora, chi campiona e chi interpreta i dati». Due sguardi complementari, da Manfrin e Bruschi, sullo stesso fiume invisibile, a cui si aggiunge quello della geologia. Duecento anni non sono bastati a esaurire le domande sul Timavo, l’ateneo continua a farne.

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