SCONTRO DI POTERE IN IRAN
La pena di morte divide Roma e Teheran. Il governo iraniano ha reagito duramente alle prese di posizione della Farnesina, che ha manifestato il suo dissenso sulle esecuzioni capitali, 150 dall'inizio dell'anno, eseguite dal regime degli ayatollah.Molte delle quali pubbliche.
Cerimonie che mescolano insieme tradizione e i lati più deteriori della modernità, folle che gridano «Dio è grande» ; tv e cellulari che fissano impietosamente il momento in cui la botola si apre. Teheran definisce quelle del governo italiano ingerenze nei propri affari interni e rivendica la piena sovranità nel condurre la «lotta la crimine». A sua volta Roma non può volgere il suo sguardo altrove. È impegnata nel mantenere un canale aperto con gli iraniani sulla difficile questione del nucleare, ma ha fatto dell'abrogazione della pena di morte una delle sue battaglie principali.
Tanto da impegnarsi a livello internazionale, e in sede Onu, per giungere a una moratoria universale. Le preoccupazioni italiane, e non solo, sono dilatate dal timore che i patiboli siano innalzati anche per mettere a morte gli oppositori politici. Il regime afferma vi salgono solo i criminali; ma in un regime totalitario questa definizione è solitamente estensiva. Tanto che rischiano il boia anche due giornalisti curdi che il Tribunale rivoluzionario ha accusato di moharebeh, ovvero di «ostilità verso Dio». Accusa che nella Repubblica Islamica d'Iran è punita con la forca.
Del resto la repressione, non solo quella contro la criminalità o il dilagante fenomeno della tossicodipendenza e dei traffici collegati, ma anche contro la «licenziosità» dei costumi e contro quanti non condividono le istanze dominanti del regime, è ormai il solo tratto che sembra unificare la coalizione conservatrice. Coalizione che si regge sulla sempre più consumata intesa tra la fazione radicale, guidata dal presidente Ahmadinejad, e quella dei conservatori religiosi che guarda alla Guida Khamenei. Anche in passato quelle fazioni hanno guardato alle punizioni pubbliche come strumento per «disciplinare i corpi». Per indurli al rispetto della morale dello «stato etico» e per mettere in riga le fazioni avversarie. Nonostante sul tema l'alto clero sciita, in particolare quello più vicino alle posizioni dello sciismo tradizionale pre-khomeinista, non sia affatto concorde.
Conservatori religiosi e radicali hanno spinto sulla talebanizzazione del sistema almeno sin dai tempi del secondo mandato della presidenza Khatami, che ha segnato il crepuscolo della breve stagione riformista. Servendosi della magistratura, che in Iran dipende di fatto dalla Guida, le due fazioni hanno fatto della repressione a largo spettro uno degli strumenti con cui hanno «normalizzato» lo schieramento riformista. Impotente davanti a misure che, nel dichiarato intento di voler contrastare la «depravazione e la corruzione morale», si allargavano al campo delle libertà, sfociando nella messa all'indice degli oppositori. Palesi o silenziosi: come le bad hejab, le donne mal velate, accusate dal regime di trasformare, attraverso un uso del velo che resiste alla mortificazione della soggettività femminile, la seduzione in sedizione. Oggi le «mal velate», che rifiutano di abbandonare i colori nell'abbigliamento o lasciano fuoriuscire dall'hejab una ciocca di capelli, sono nuovamente arrestate per strada.
L'offensiva moralizzatrice investe i luoghi e i momenti di aggregazione giovanile non strettamente privati, dai rock cafè ai rave party. La condanna capitale, e soprattutto la sua ritualità pubblica, è la manifestazione estrema di questa pedagogia repressiva che, secondo i rigidi custodi dell'ortodossia di regime, mira a combattere i reati «contro Dio» e la «corruzione sulla terra». Misure che hanno sempre sollevato la contrarietà dei riformisti: quando governavano e ora che, dall'opposizione, cercano di divaricare l'alleanza sempre più friabile tra Khamenei e Ahmadinejad.
Quanto ai radicali guardano con favore a questa campagna: sin che dura, difficile che i riformisti o i pragmatici di Rafsanjani possano ricostituire apertamente un'alleanza con la Guida Khamenei e lo schieramento che lo appoggia, che ne è l'ispiratore. Sulle esecuzioni e le punizioni pubbliche non si gioca solo una partita che investe questioni fondamentali come i diritti e la dignità delle persone. Ma anche uno scontro che, a Teheran, ha come posta il potere.
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