Se Trieste si fa globale
Sgommate le auto blu e i codazzi di portaborse, rimosse le transenne e dissolto il corteo protestatario, cosa resterà stasera della tre giorni del G8 Unesco ospitata a Trieste? Per gli scettici e i realisti del bicchiere mezzo vuoto, poco o nulla: la solita tiritera del trasferimento di tecnologie e dell'Africa da sostenere nell'anelito al riscatto sociale, un'inutile tirata d'orecchie ai grandi del mondo che elargiscono le briciole ai Paesi poveri, una spruzzata di buonismo solidarista in doppiopetto e un po' peloso.
E in un'ottica triestina, niente di diverso: un pizzico di curiosità disincantata per la passerella ministeriale, non la prima né l'ultima, la consueta filastrocca sui luminosi destini che attendono la città quale crocevia del globo e ora persino per l'Africa, ma nulla di tangibile; nemmeno qualche banconota in più nelle casse dei commercianti, ché i congressisti se ne andranno com'erano venuti. Conclusioni facili, udite mille volte e persino rassicuranti nella loro ripetitività. Eppure profondamente sbagliate e un po' sconsolanti, per il rifiuto implicito di una prospettiva che esca dalla mera quotidianità.
Il vertice, anzitutto. Non si poneva, né avrebbe potuto, obiettivi salvifici o conclusioni rivoluzionarie per i destini dell'umanità. Lo scopo dichiarato era analizzare, valorizzare e diffondere il ruolo della ricerca, dell'innovazione e della conoscenza come veicolo di sviluppo economico e sociale, enfatizzando la dimensione planetaria, e non meramente statuale, dei più attuali problemi del globo, dalla povertà alla medicina di base, dall'energia all'ambiente. Chi vuole professare l'inutilità di simili incontri, troverà sempre ottime argomentazioni a sostegno. Ma davvero non serve a nulla mettere insieme governi, istituzioni internazionali e scientifiche, per focalizzare i bisogni di conoscenza dei ricchi e dei poveri, e i modi di trasferimento dei saperi? Guardiamo a quel che sta accadendo rispetto alla sensibilità per l'ambiente.
Dai e dai, è ormai indiscussa e generale la consapevolezza sugli effetti disastrosi del riscaldamento globale e la necessità di affrontarlo; a forza di battere da parte della comunità scientifica, anche lo scetticismo degli Stati Uniti si è trasformato in politica attiva. Rinunciare a un'azione simile su tematiche affini, dalle politiche energetiche al sottosviluppo dell'Africa, spezzerebbe l'unico circuito virtuoso oggi esistente, senza sostituirlo con alcunché.
Il nodo, semmai, non sta in quel che si dice a questi vertici, ma in quel che si tace: e cioè che il riscatto dell'Africa dipende anzitutto dagli africani. Se oggi la Cina, l'India e il Brasile stanno diventando rispettivamente la fabbrica, l'ufficio e la fattoria del mondo, partendo anch'essi da condizioni pessime quando non disperanti, è perché hanno posto il lavoro, l'impegno e l'intrapresa al centro del loro vivere civile. In Africa non avviene altrettanto, ma potranno essere proprio gli apporti dall'estero (a cominciare dalla stessa Cina, come già si vede) e il trasferimento di conoscenze a innescare quel riscatto di cui oggi v'è poca traccia.
E Trieste? Qui il discorso cambia del tutto, ma è giusto interrogarsi sull'effettiva utilità di appuntamenti "globali" e prestigiosi come il vertice su cui oggi cala il sipario. Che ce ne viene? Cosa, una volta asportate le passerelle? Curioso destino. Anche incontri siffatti ripropongono l'eterno oscillare della città - e dei nostri umori - tra prospettive fulgide e sensazione di declino, proiezione internazionale e grigiore rionale, brulichìo di ricercatori in percentuale che non ha pari al mondo e affollarsi di brandine in giornate e orari di lavoro sul lungomare di Barcola.
Qual è la città "vera"? Quella che si sente nominare porta dell'Africa dal presidente del Consiglio e strappa un mormorìo di approvazione al direttore generale dell'Unesco, o quella in cui i binari ferroviari interni alla zona industriale si dovrebbero rimuovere per mancanza di merci da trasportare? Sono vere entrambe, ed è quel che rende Trieste perennemente sul crinale tra declino e decollo. La realtà è che vertici di questo livello rappresentano vetrine eccezionali e fanno conoscere la città a centinaia di personaggi di spessore mondiale, a loro volta potenziali passaparola di altissimo livello verso altre istituzioni, imprese e sistemi di relazioni internazionali. Una città si misura anzitutto dalla propria forza di attrazione, e dalla capacità di presentarsi all'esterno con un'identità definita.
Investire sulla comunità internazionale e sul parco scientifico significa dar corpo a quest'identità, far leva sulla posizione geografica e favorire l'arrivo d'imprese: cioè soldi, reddito, posti di lavoro. Sono le imprese che dobbiamo richiamare da fuori, affidando all'esterno le nostre possibilità di sviluppo economico. All'interno ve n'è ben poche: bastava un'occhiata alla distesa di brande in piena mattina sul lungomare di Barcola, nei giorni del vertice, per togliersi ogni dubbio in proposito.
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