SGRAVI FISCALI NON INCENTIVI
Sembra sia in gestazione, con il consenso di Padoa-Schioppa, Visco e Bersani da parte governativa e Montezemolo per Confindustria, una una vera e profonda rivoluzione nella politica industriale italiana: fine degli incentivi in denaro alle imprese contro una riduzione dell'imposta sulle società. Non si tratta di cosa di poco conto: secondo alcune stime nel 2006 sarebbero stati erogati circa 7 miliardi di euro alle aziende private, cui dovrebbero aggiungersi altri 8 miliardi a quelle pubbliche.
Quest'ultima valutazione, per altro, include coperture di perdite o compensi per prestazione di servizi (ad es. gestione di linee di trasporto non economiche con le tariffe in vigore) che non possono considerarsi incentivi in senso proprio. Lasciando da parte le valutazioni quantitative, che sono state menzionate solo per fornire un'idea dell'importanza del fenomeno, vale la pena cercare di comprendere benefici e danni di un simile mutamento di impostazione della politica economica statale. A prima vista i maggiori danneggiati e, quindi, coloro che dovrebbero opporsi alla nuova impostazione, sono il Mezzogiorno e le altre aree svantaggiate del Centro-Nord.
Pasquale Saraceno e tutta una serie di illustri e autorevoli meridionalisti e promotori di uno sviluppo equilibrato dovrebbero rivoltarsi nelle loro tombe al sentire l'ipotesi della fine delle politiche da loro propugnate con grande onestà intellettuale e impegno etico.
Qui,tuttavia, una recente ricerca di studiosi della Banca d'Italia pone un consistente punto interrogativo. Sembra che nella maggioranza dei casi gli investimenti incentivati validi, quelli che hanno dato luogo ad iniziative destinate a restare nel tempo o alla loro espansione, sarebbero stati realizzati anche in assenza di contributi a fondo perduto o finanziamenti agevolati. In altri termini si sta affacciando l'ipotesi che i fattori determinanti gli investimenti e la loro localizzazione siano diversi da quelli che si sono tradizionalmente pensati. Più degli incentivi monetari contano la disponibilità di capitale umano qualificato ed a costi competitivi, incluso in primo luogo quello imprenditoriale, un sistema finanziario efficiente, infrastrutture moderne. Prime tra tutte le infrastrutture, quelle relative al rispetto della legge e alla sua applicazione rapida e non solo formale.
Se il nostro Mezzogiorno da qualche anno a questa parte perde terreno rispetto al resto del Paese ed è tornato ad essere terra di emigrazione è proprio per la carenza di questi elementi. Certo si tratta di comprendere cosa accadrebbe se anche quella minoranza di imprese che si sono localizzate o sono cresciute per merito degli incentivi in denaro cessasse di affluire nelle zone ove questi venissero aboliti. Lo stesso interrogativo si pone per gli incentivi non legati alla localizzazione degli investimenti, ma alla ricerca ed all'innovazione. Forse non si è molto lontani dal vero pensando che le imprese che operano con orizzonti temporali lunghi non possono rinunziare a finanziarsi autonomamente tali tipi di attività.
Il problema è che in Italia di aziende di questo tipo, per lo più di dimensioni non piccole, ne abbiamo poche. La domanda da porsi è se, riducendo le imposte sulle società come previsto dalla politica in gestazione, le dimensioni aziendali crescerebbero e ci darebbero una struttura industriale più competitiva in un mondo che diventa sempre più concorrenziale. La risposta, piena di dubbi come sempre in casi del genere, è che alcune imprese dedicherebbero alla crescita i risparmi fiscali ed altre no. L'equilibrio tra queste due componenti dipenderà, ancora una volta, dalle pressioni competitive e dal capitale umano. C'è, tuttavia, un notevole pregio in uno scambio come quello delineato: si ridurrebbero in misura notevole la burocrazia (probabilmente anche i suoi costi) e i poteri della politica e dei suoi personaggi. Non sono vantaggi di poco conto.
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