Si uccide in casa con la pistola d’ordinanza

Un fenomeno in silenziosa e preoccupante ascesa: è quello dei suicidi nelle forze dell’ordine come confermano i dati statistici e le iniziative attuate per contrastarlo a cominciare dall’istituzione, in febbraio, dell’Osservatorio permanente interforze. Un’emergenza diffusa su tutto il territorio nazionale e anche la realtà triestina non può restarne immune. Nell’angoscioso report statistico dei suicidi in divisa, infatti, entra purtroppo in questa estate 2019 anche un triestino. Si tratta del sovrintendente Riccardo Malvestiti, 53 anni, in servizio alla Polfer.
Si è tolto la vita in casa con un colpo di pistola, utilizzando l’arma d’ordinanza di cui era legittimamente in possesso. Aveva dovuto affrontare una fase di depressione, poi il peggio sembrava passato, ma evidentemente quel malessere interiore era destinato a riesplodere. Come si può immaginare l’accaduto ha scosso profondamente l’ambiente triestino della polizia e, più in generale, delle forze dell’ordine. Malvestiti era particolarmente stimato per le sue riconosciute doti professionali, ma anche e soprattutto per la sensibilità e l’umanità che lo caratterizzavano.
Abbiamo interpellato alcuni esponenti sindacali triestini per un parere sulla diffusione del fenomeno, raccogliendo inoltre una riflessione del questore Giuseppe Petronzi: «Sicuramente, come amministrazione, c’è estrema sensibilità su questa problematica – sottolinea il questore –. Ci sono protocolli messi in atto quando i segnali lasciano intuire un momento difficile e il bisogno di un supporto psicologico. Mi risulta che tali attenzioni, nel caso in questione, siano state adottate. È notorio che tra chi lavora nelle forze dell’ordine ci sia una percentuale di suicidi maggiore. Il Capo della polizia tiene tantissimo a questo tema e anche a livello sindacale esiste un dialogo molto aperto e costruttivo. Si tratta di un fenomeno che va affrontato e tutti, responsabilmente, dobbiamo fare la nostra parte per evitare che fatti di questo genere si ripetano».
«È una tragedia che fa riflettere – osserva Lorenzo Tamaro, segretario provinciale del Sap – anche perché si tratta di casi in costante aumento tra le forze dell’ordine. Per anni si è cercato di minimizzare il fenomeno. Forse ci si illudeva che gli uomini in divisa fossero immuni da problemi di eccessivo stress o depressione. Ma non è così. La nostra professione ci porta a sollecitazioni notevoli dal punto di vista psicofisico. Come Sap stiamo da tempo evidenziando che la priorità dev’essere la valorizzazione del ruolo dei “pari”, ovvero colleghi chiamati a dare un supporto a chi si trova in difficoltà, e l’istituzione di un adeguato servizio di assistenza psicologica».
«Siamo sempre stati attenti e sensibili su questo argomento che per anni ha rappresentato un tabù – rimarca Michele Tarlao, già segretario regionale Silp Cgil –. Continueremo a batterci per garantire un supporto psicologico costante».
Infine, la riflessione della vicecoordinatrice provinciale del sindacato di polizia Lo Scudo, Roberta Boriosi: «Mi chiedo – premette – se in questo caso abbiano funzionato i protocolli medici e di regolamento. Quando si diagnostica una patologia il ritiro cautelativo dell’arma dev’essere immediato, e non sempre ciò accade. C’è un malessere crescente che colpisce tanti uomini e donne che lavorano nelle forze dell’ordine». «Stipendi inadeguati – aggiunge Boriosi –, turni di lavoro sempre più pesanti: si sta facendo tutto il possibile per evitare che accadano questi episodi estremi? I cittadini hanno il diritto di esigere che chi lavora nelle forze dell’ordine sia messo nelle condizioni di espletare il servizio in condizioni adeguate, anche per quanto riguarda la salute psicofisica. C’è qualcosa che non va se chi sta in divisa per difenderli è il primo a crollare».—
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