Slovenia divisa sulla visita di Napolitano

LUBIANA
«Riconciliazione», una parola più volte pronunciata lunedì a Lubiana dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e dal capo dello Stato sloveno, Danilo Türk durante il loro incontro. Ma, inopinatamente, il termine che è sinonimo di cooperazione nel futuro comune europeo, ha agitato le acque di una parte degli sloveni che continuano a guardare con diffidenza a qualsiasi forma di cooperazione con l’Italia nelle cui mosse si vuole molte volte, e questo caso è addirittura emblematico, cercare strane dietrologie costruite per danneggiare Lubiana.


Visibilmente stizzito da una lettera inviatagli dall’Unione degli istriani il giorno della sua visita di Stato in Slovenia il presidente della Repubblica, lunedì sera, a incontri bilaterali conclusi, ha voluto puntualizzare ancora una volta la sua posizione. Dopo aver definito «grossolane» le posizioni degli esuli ha ribadito che «non è con le rivendicazioni che si costruisce la casa comune». «Ho grande rispetto - ha poi proseguito - per le sofferenze che gli italiani che hanno dovuto lasciare l’Istria hanno affrontato. Sofferenze nate dalla repressione fascista prima e dalle violenze dei regimi dopo. Io la storia la conosco bene».


«Ma non possiamo - ha concluso - restare prigionieri del passato, dobbiamo guardare al futuro perché la riconciliazione è già avvenuta dentro l’Unione europea». Ma è proprio come prigioniero del passato che alcuni media sloveni, tra cui l’autorevole «Delo», hanno dipinto il pressidente della Repubblica italiano. Proprio sul «Delo», in terza pagina, un titolo al curaro: «Giorgio Napolitano sulla strada della destra».


Il quotidiano ricorda il discorso di Napolitano dello scorso febbraio in occasione della Giornata del ricordo dell’esodo degli esuli italiani dall’ex Jugoslavia in cui usò termini come «espansionismo slavo». Immediata fu la reazione del presidente croato Stipe Mesic. Ma il chiarimento distensivo con Zagabria fu rapido e il presidente sloveno (era ancora Drnovsek che poi ha lasciato il posto a Türk a Natale) ci tenne a dissiociarsi dai toni duri contro l’Italia, a dire che sulle pagine storiche taciute «ciascuno ha il dovere di fare pulizia in casa propria». Drnovsek fu subito d’accordo con Napolitano per «un dialogo tollerante nell’ambito Ue». E un mese dopo il governo di Lubiana consegnò una lista di mille italiani deportati nel 1945 durante i 40 giorni di occupazione di Trieste da parte dei titini.


Ma la stampa slovena oggi insiste e imputa al proprio al presidente Türk di essere stato troppo timido per non aver messo in agenda proprio il discorso dei temi della Seconda guerra mondiale e che non abbia chiesto la restituzione dei beni culturali trafugati dai fascisti. Diametralmente opposta la reazione della Slovenia politica. Il presidente Türk ha ricordato di aver ricevuto Napolitano nella sua veste di capo dello Stato che presiede l’Unione europea e Napolitano ha espresso la pari dignità di Italia e Slovenia nell’ambito comunitario. E il prossimo 26 febbraio sarà lo stesso Türk a rendere visita a Roma a Napolitano. Stessa soddisfazione da parte del premier Janez Jansa che con Napolitano ha consultato l’agenda europea della Slovenia trovandosi d’accordo su molti temi anche delicati, come quelli del Kosovo e della tutela reciproca delle minoranze. Ma quella «riconciliazione che - secondo Türk - già da anni è una realtà proprio sulle terre di confine tra i due Paesi» è diventata scomoda per un’altra Slovenia. E che non è quella che vota centrodestra.


Alla rabbia di Napolitano ieri il presidente dell’Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota ha precisato che non vi è stato «alcun attacco personale al presidente», ma «una precisa e completa denuncia delle disgrazie e delle verità storiche che hanno coinvolto e coinvolgono gli istriani». In mertio alle riflessioni su storia e futuro di Napolitano il presidente della Federazione degli esuli, Renzo Codarin ha scritto al capo dello Stato che «noi intendiamo essere parte attiva di questi processi di valorizzazione dell’Adriatico, culturalmente e civilmente, non solo economicamente».


«Quando poniamo all’attenzione delle istituzioni - ha precisato - il tema dei beni abbandonati o delle vecchie sistuazioni di ingiustizia non ancora sanate, lo facciamo perché siamo convinti che senza la presenza degli istriani, fiumani e dalmati di lingua e cultura italiana, sia esuli che rimasti, questa parte d’Europa risulterebbe monca ed impoverita, meno forte nell’affrontare le opportunità che le nuove condizioni offrono».

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