«Sono senza chance, la morte un’opzione possibile»
Li hanno visti spuntare da sotto il rimorchio, provati e sporchi, vestiti con una tuta da ginnastica. Loro, i migranti, hanno attraversato due Paesi, per approdare a un terzo, in condizioni proibitive. Eppure Sergio Serra, responsabile della cooperativa Duemilauno agenzia sociale, che gestisce la Comunità Timavo, non lo trova un fatto eccezionale. Non perché dopo tanti anni di mestiere si è assuefatto alle storie di chi arriva clandestino nel Paese, ma perché purtroppo quasi tutte le storie dei minorenni –, non kosovari o albanesi – che arrivano qui sono a loro modo tragiche. «C’è chi è stato bastonato e depredato nel viaggio – spiega – ,chi si è fatto sei mesi di carcere in Grecia, chi è rimasto bloccato in Iran o in Turchia, dove è l’inferno. Sono ragazzi che hanno subito vessazioni e violenze, in un tragitto lungo e travagliato, pieno di insidie, valicando monti, guadando fiumi». La morte è «un’opzione possibile». «Molti – aggiunge Serra – sono arrivati qui con fratture o polmonite. Ricordo un ragazzo che aveva fatto a piedi 300 chilometri. Aveva attraversato la Bosnia. Quando gli abbiamo guardato gli arti, le piante dei piedi erano ormai irriconoscibili. Lo abbiamo ricoverato all’ospedale». «Quando si parla di afgani e pachistani chi dice che vengono qui a fare la bella vita sbaglia», sempre il responsabile della cooperativa muggesana.
Ma le ferite visibili sono la parte superficiale dei più gravi traumi subìti, che restano quelli psicologici. «Qui si centra l’essenza del problema – chiarisce Serra –: è vero che noi abbiamo una psicologa che opera per il centro e disponiamo di mediatori culturali, interpreti e consulenti legali messi a disposizione in convenzione dal Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati che opera a Gorizia, ma prima che questi giovani imparino l’italiano trascorrono mesi e comunque l’apertura al racconto presuppone l’instaurarsi di un rapporto fiduciari e questo non nasce da un giorno all’altro». «I traumi – continua – portano a reticenza. Riparlarne significa riviverli. Per questo non è semplice. Di solito i giovani raccontano cosa hanno subìto dopo mesi. E non sempre il minore racconta tutto, per il timore che le informazioni possano poi ritorcerglisi contro».
Degli ultimi due giovani afgani si sa solo che si sono «inseriti in maniera tranquilla». Serra ritiene probabile che «alla prima occasione utile i ragazzi se ne andranno, perché solitamente così avviene per questa etnia: puntano ad altri paesi, dove hanno dei collegamenti, dei contatti familiari, come Gran Bretagna, Germania, Svezia, Danimarca, Francia». Le loro, sono «rotte predestinate». «Stanno qui il tempo necessario a riprendersi, fisicamente intendo», precisa.
Più in generale, secondo Serra, si dovrebbe avere «molto rispetto» di queste storie. «Pachistani e afgani, in particolare dal sud del paese – spiega – provengono da contesti molto difficili, con forte presenza di talebani, dove si vive secondo dettami assai lontanamente riferiti ai precetti dell’Islam. Chi non è allineato si vede bruciare la casa o sparire i parenti. Lì non si può vivere civilmente e non parliamo della condizione delle donne, che non riescono neppure a scappare». «Ricordo – prosegue – di un ragazzo pachistano che viveva al confine con l’Afghanistan. Il fratello, un infermiere, aveva partecipato a un progetto, vincendolo, di un’organizzazione internazionale per la somministrazione di vaccini ai bambini del posto. Lui lo aiutava, accompagnandolo in giro con il furgone, in questa missione. Poi un giorno, di punto in bianco, del fratello infermiere non seppe più nulla. Sparì. E lui, con il resto della sua famiglia, passò grossi guai per questo». «Anche vaccinare i bambini per prevenire le gravi malattie – conclude Serra – per i talebani costituiva un problema». –
Ti. Ca.
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