Stangata sull’affitto L’Ater aumenta il canone del 171%

Una stangata. Per dimostrare che di questo si tratta, cioè di un canone d’affitto salito alle stelle, Giorgio non esita a esibire le pezze giustificative: il cedolino del versamento effettuato in precedenza all’Ater e pari a 211,76 euro e quello attuale, datato 22 febbraio, pari a 572,55. Un aumento che, precisa, nel caso in questione è stato del 171%. Il suo è uno di quei casi che potrebbe tranquillamente accodarsi alla protesta portata avanti nei giorni scorsi a Gorizia, dove anziane col bastone hanno bussato allo sportello dell’ente in Corso Italia per chiedere lumi sull’improvviso salasso al borsellino.
Giorgio, impiegato monfalconese di mezza età, è infatti un inquilino Ater che ha visto “ricalibrare”, per usare un verbo oggi in voga, il canone sulla base dell’Isee. Peccato che ora l’affitto sia per lui diventato paragonabile a quello del mercato privato e non dell’edilizia pubblica. Tra l’altro, l’alloggio in questione nel rione di largo Isonzo è un appartamento di 75 metri quadrati che occupa da solo dopo la scomparsa dei genitori e in cui risiede da mezzo secolo, dunque non nuovo di pacca, come forse qualcuno potrebbe pensare rilevando la cifra oggi richiesta dall’Agenzia territoriale.
«Ho scoperto - racconta - che l’Ater fa pagare l’affitto prevalentemente secondo la dichiarazione Isee, alla luce di un decreto regionale del 26 ottobre 2016. Quindi mi vedrei dilapidare a poco a poco il risparmio molto oculato che ho conseguito in 30 anni di lavoro». A Giorgio far pagare l’affitto in rapporto a quanto si è risparmiato, cioè su base patrimoniale, sembra «una colossale ingiustizia». Anche perché a causa di sue condizioni di salute è costretto ad alimentarsi in un certo modo e mette da parte il denaro nella previsione che un domani possa non essere più in grado di svolgere il suo impiego e dunque per la propria sussistenza. Certamente non scialacqua lo stipendio: «Non vado al bar, non ceno fuori», precisa. Inoltre vive solo, non ha una compagna nè figli. «Con questo sistema, che non si basa più sul reddito, bensì sull’Isee, dovrei pagare cifre rilevanti anche se fossi disoccupato, per il semplice fatto che possiedo dei risparmi», aggiunge. Risparmi frutto di sacrifici personali. «Ci sono persone che come me amano la propria casa - sottolinea -: la mia è perfetta perché la tengo in ordine alla stessa stregua di quanto fecero i miei genitori. L’appartamento è bello e non vorrei cambiarlo. Perché rappresenta la mia memoria». L’alloggio si trova nel rione di largo Isonzo.
La vicenda ruota attorno all’Isee, vale a dire all’indicatore della situazione economica equivalente. Fino a poco tempo fa la quantificazione tariffaria del canone d’affitto di un alloggio popolare avveniva sulla base del reddito imponibile e non c’erano altri parametri. Con l’introduzione della legge regionale 1 del 2016, il criterio di valutazione della capacità economica dei locatari non si basa più sui redditi Irpef bensì sull’Isee, come per esempio avviene già da tempo nel caso di prestazioni e interventi assistenziali, sociali, sanitari e scolastici. Insomma, nel computo sono finiti anche i depositi bancari e postali. A sentire l’Ater, nell’80% dei casi dell’Isontino, gli incrementi dei canoni non superano i 50 euro. Nel 12% sono di 100 euro. Ma un aumento di 360,76 euro in che statistica rientra?
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