La tomba dimenticata di Sarah Davis e l’eredità irrisolta della benefattrice del Mercato Coperto

Dal testamento del 1904 al degrado del cimitero anglicano: una vicenda che riapre interrogativi su lasciti, immobili e memoria storica a Trieste

Zeno Saracino

È una tomba disadorna, semplice, incorniciata da un tempietto neoclassico: le scritte sbrecciate ricordano i nomi di una famiglia, ultima delle quali una donna, Sarah Davis. Ci riferiamo a uno dei tanti mausolei disastrati che s'incontrano all'ingresso nel cimitero anglicano, il cui nome riecheggia a Trieste solo in un paio di targhe e in una (scomoda) via. La benefattrice del Mercato Coperto è tuttavia tornata ad essere oggetto di discussione, perché nel suo testamento del 1904 vincolava il suo unico erede, il Comune di Trieste, alla manutenzione della tomba.

La questione non è d’altronde nuova, perché già durante gli anni duemila era stata al centro di discussioni e, risalendo ancora più in là, l'annuncio della cessata manutenzione è datato addirittura al 1973. Come spiega il Quadernetto Giuliano n. 2 del 2017, con un bel testo di Marialuisa Taucer, la ragione era assai banale: dopo quasi mezzo secolo l'eredità della Davis si era esaurita. Come gran parte del cimitero anglicano, anche la tomba della Davis passò allora sotto la gestione della comunità evangelica. Tuttavia l'anniversario dei duecento anni del Cimitero (Cattolico, però) di Sant'Anna ha ripresentato la questione, specie considerando come non vi sia qui, a differenza della tomba di Diego De Henriquez, il rebus degli eredi oltremare.

«Stiamo procedendo a Sant’Anna col recupero e il restauro delle tombe monumentali - spiega l’assessore comunale ai Servizi funebri e cimiteriali Sandra Savino - e lavoreremo anche sul fronte della telesorveglianza, considerando i danni che hanno subito molte tombe a causa dei vandali”.

John e Sarah Davis conobbero Trieste nel 1817, durante il viaggio di nozze; il marito ebbe poi l'intuito imprenditoriale di fondare una ditta di export di stracci e rifiuti di tessuto, soddisfando la fame crescente delle cartiere britanniche. Le fortune di John confluirono, alla morte, ai cinque figli, dei quali sopravvisse la terzogenita, Sarah Davis. Se già il padre era stato un generoso benefattore (suo un contributo decisivo per la chiesa anglicana di via San Michele), la figlia trasformò la filantropia del babbo in una missione di vita: Il Piccolo descrisse ad esempio la sua casa come «meta di un continuo pellegrinaggio di bisognosi» dove imponeva «come condizione l'assoluta segretezza della fonte degli aiuti». Sarah Davis finanziò ad esempio la Casa del marinaio inglese di via Udine e la «colonia marina per i fanciulli bisognosi».

Il testamento suggellò quest'impegno: la villa di famiglia divenne il Ricreatorio Guido Brunner e, terminati gli impegni verso una moltitudine di indigenti che la Davis conosceva personalmente, il cuore dell'eredità fu destinato alla costruzione di un mercato coperto “in buona pietra” destinato poi ad essere il gioiello razionalista del '36 di via Carducci.

L'eredità della Davis tuttavia non era solo finanziaria, ma comprendeva un gran numero di immobili regalati al Comune: cosa se ne fece? Perché nel 1973 questo tesoretto immobiliare era già esaurito? Purtroppo non sono domande solitarie, perché il caso della Davis è solo uno dei tanti: pensiamo a Villa Stavropulos dove la fruizione pubblica del luogo e del suo patrimonio artistico era stato in teoria garantito da una serie di immobili da affittare del magnate greco; o i casi delle tante Fondazioni sparse in città, il cui sostentamento dovrebbe derivare dalle proprietà immobiliari consegnate in eredità. E, a fronte del degrado della tomba, permane il mistero sulla Davis: al di fuori infatti del testamento, la personalità della ricca inglese rimane oscura, (volutamente) tenuta celata.

Proprio la casa editrice MGS Press, a questo proposito, sta lavorando da due anni ad una biografia della benefattrice delle venderigole, volta a a disvelare la “vera” Sarah Davis, al di là del mito.

Riproduzione riservata © Il Piccolo