TRIESTE E IL NUOVO NORD

Il Nordest non c'è più, evviva il Nordest. Il fenomeno è diventato norma, il miracolo non ha più del miracoloso, il modello economico "irripetibile" è sopravvissuto ai cloni cinesi e ha contagiato il resto del Nord, dal quale ha pure saputo imparare. E proprio nel suo svanire in quanto fenomeno e oggetto di curiosità un po' naif, il lembo nord-orientale d'Italia afferma la sua solidità e merita un'analisi nuova. Alla vigilia dell'annuale Rapporto della Fondazione Nordest, che sarà presentato domani, e in attesa di conoscerne l'interpretazione, alcune osservazioni sulla repentina evoluzione che ha interessato il Triveneto meritano d'essere fatte.


Investendo almeno tre ambiti: la mutata natura del Nordest, il suo rapporto con la politica e finanche l'anomala posizione di Trieste, che di questa realtà fa parte e proprio non vuole accorgersene. Il fenomeno, anzitutto. Dall'inizio degli anni Duemila, i risultati economici dell'area sono grosso modo in linea con quelli del Nord Italia. Ma nella natura stessa del "sistema" sta avvenendo una vera e propria mutazione, stimolata dalla morsa asiatica e dalla crisi internazionale che seguì l'Undici settembre.


Si disse - ed era vero - che il tessuto d'imprese lillipuziane inebriate dalla propria scommessa impossibile, primeggiare in Europa grazie al garage trasformato in bottega, prevalere sulle aziende-pachiderma con la determinazione della cavalletta, non sarebbe durato nel nuovo mondo apertosi all'improvviso: prezzi imbattibili da parte dei copioni cinesi, moneta unica a cancellare decenni di benvenute svalutazioni, impossibilità di trasformare l'economia del garage nell'economia della conoscenza, inanità dello sforzo di affrontare - Bepi, Toni e la segretaria - mercati lontani e ostili. Mentre Bepi e Toni si perdevano all'aeroporto di Shanghai, l'Audi si comprava un intero quartiere della metropoli e vi sbarcava con stabilimenti, negozi e ristoranti tedeschi.


Ebbene, sta accadendo del nuovo. Dietro la crisi - durissima - delle microimprese, cresce un tessuto di aziende brillanti di dimensioni medie: assumono ingegneri dai Politecnici e neomanager dalla Bocconi, investono in ricerca una parte cospicua del loro fatturato, combinano la flessibilità e l'arguzia dei "piccoli" con l'organizzazione e la managerialità dei grandi, creano reti commerciali lunghe che portano a Shanghai e a Singapore, senza più perdersi in aeroporto. Ve ne sono decine, e per farsi modello dovranno diventare centinaia. La friulana Eurotech ne è un esempio, la triestina Ital Tbs potrebbe diventarlo, ma in Veneto ve ne sono di ancor più stupefacenti come Geox e Diesel, passate dallo stadio d'impresa media a grande in un paio d'anni.


Di fatto il Nordest ha dovuto copiare il Nordovest, apprendendo le virtù del "grande è bello". E nella stessa misura il secondo ha appreso dal primo, facendo della flessibilità produttiva il perno della risalita: o non sono le alleanze settoriali di Fiat, una macchina con la Tata e una con la Toyota, un mirabile esempio di camaleontismo nordestino? Insomma, i "due" Nord si vanno amalgamando. E con essi - ecco il secondo punto - il rapporto con la politica. Le ultime amministrative hanno mostrato uno smottamento quasi generale del centrosinistra nel Settentrione; al punto che a Roma, nelle fila del nascituro partito democratico, molti danno il Nord per definitivamente perso, puntando a giocarsi la partita nel Centrosud.


Che il popolo delle partite Iva e del lavoro autonomo guardi di natura al centrodestra, è nell'ordine delle cose. Che l'attuale governo abbia allontanato da sé i ceti produttivi, specie sul fisco e la burocrazia, è palpabile ovunque ci si giri. Ma il malcontento è ancor più vasto, perché investe in toto la politica: alla quale, oggi, il Nord non chiede più nulla. Dopo gli anni delle proteste e delle chiavi delle aziende spedite a Roma, dopo quelli delle inutili esortazioni alle riforme, oggi nei ceti produttivi c'è semplicemente disincanto. Sfiducia, molta; disprezzo verso "la casta", spesso; aspettative zero. E non basterà il tentativo velleitario di adottare soluzioni partitiche autonome "bavaresi", emergente in entrambi i poli, a rovesciare un'ostilità che è di testa e di pancia. E Trieste? Semplicemente non c'è.


Considera il Nordest pressoché inesistente, o comunque altro da sé. Fieri come siamo della nostra presunta diversità, riteniamo di bastare a noi stessi e ci nutriamo di liti di cortile, mentre il mondo si organizza attorno a noi. Qualcosa s'intravede, ma è ancora poco. Destra e sinistra dovrebbero dedicare le migliori energie, e non solo qualche isolata sortita, a tessere alleanze territoriali sulle infrastrutture (strade, ferrovie, aeroporto), sulle ricadute imprenditoriali della ricerca, sull'attrazione d'imprese, sulla realizzazione di un sistema portuale al servizio dell'Asia, sull'attrazione di talenti est-europei alla nostra Università. E' solita maledizione: abbiamo così tanto da offrire, e facciamo così poco per spiegarlo al mondo circostante, da lasciarci solo sperare che sia il mondo a trascinarci dove non vorremmo.

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