TRIESTE, FIDUCIA NEL FUTURO

Si può avere fiducia nel futuro di Trieste. Non perché dovremmo attribuire alla scomparsa del confine la forza di una retorica capace di risolvere le contraddizioni che esistono e si oppongono a una ripresa di ruolo della città e alla definizione della identità di capitale dell'Euroregione. La fiducia dovrebbe fondarsi su uno sguardo nuovo sulle cose senza il quale si rischia di non comprendere la svolta, e di non scorgere i risultati della collaborazione di questi mesi tra Illy, Dipiazza e Bassa Poropat.


Questo sguardo è la cifra di un nuovo realismo che potrebbe consentirci di cogliere il significato di quanto è accaduto e di elaborare una prospettiva di lungo periodo. Nelle «Considerazioni di un impolitico» Thomas Mann scriveva che il segno della nuova epoca sta nel trovare un «senso del mondo», «il senso della mancanza di confini». Forse è la chiave che ci occorre per leggere il presente. Trieste si trova nel cuore di un intreccio di cambiamenti di lunga gittata che offrono una preziosa occasione al territorio. La nostra immagine del mondo sembra destinata a mutare e con essa il rapporto tra il luogo (noi) e il resto (gli altri). Si tratta di riconoscere fino in fondo che l'agire economico, politico e culturale, più che in passato, non subirà barriere territoriali. È vero che permane il rischio che ai confini materiali si sostituiscano, come spiega nel suo interessante articolo il professor Segatti, quelli immateriali, che possono far risorgere vecchie separazioni etniche.

 

Ma il nuovo realismo dovrebbe spingerci a capire che è cambiata sia la mappa geografica sia quella mentale con la quale Trieste è abituata a confrontarsi. Il tempo che viene sembra seguire una logica differente da quella «nazionale» che Trieste ha privilegiato, schiacciata com’era da un confine «interno», statale e, fino a pochi anni fa, di sistema. Con il confine cade una rappresentazione della società su base locale-nazionale, mentre si apre un orizzonte transnazionale-globale. Un simile passaggio non rimarrà privo di conseguenze. L’asse che Dipiazza disegna con Venezia e Lubiana può esserne una prima conferma. Il nuovo realismo dovrebbe farci considerare il cambiamento istituzionale che si materializza. La presenza dei leader europei a Trieste con Illy ha testimoniato che la città si trova inserita a pieno titolo in una grande politica che ha prodotto un successo. Dopo il crollo del comunismo, l'Europa aveva scommesso sulla strategia dell'allargamento.


Quella agenda giunge alla sua conclusione con il balzo verso Est del confine europeo. Trieste era stata penalizzata nel suo drammatico dopoguerra; era uno dei simboli della frattura fra due mondi. Per ragioni opposte, ora, si trova ad essere uno dei possibili attori della stagione della riunificazione. La città appare reinserita in un contesto continentale, è iscritta d'ufficio nella nuova agenda che l'Europa dovrà pensare per il domani. La partecipazione a un simile processo può non avere ricadute? Infine, si intravede il cambiamento nell'economia e nella società. I confini sociali coincideranno sempre meno con i confini dello Stato. Il che significa che si può prefigurare la lenta costruzione di un'area transnazionale che potrebbe candidarsi a diventare il motore di un nuovo sviluppo. Gli Stati non basteranno per dare ordine alla vita e agli interessi delle persone.


Il mercato probabilmente guiderà la trasformazione nella quale le distinzioni tra nazionale e internazionale, tra noi e gli altri, diverranno più incerte. Trieste ha l'occasione di diventare il teatro locale di una esperienza di valore universale. Ma occorre sapere che la struttura di questa opportunità farà sorgere nuove domande, che sfideranno il sistema politico a rappresentarle. Questa pressione genererà degli effetti sulla capacità di chi governa di assumere decisioni strategiche, dal porto alla ricerca alle infrastrutture alla formazione all'ambiente, per non disperdere la ricchezza di questa possibilità. La classe dirigente è impegnata a misurarsi su questo scenario, a rispondere ai bisogni nascenti. Ma è l'intera società a essere chiamata ad assumersi la responsabilità di esplorare il suo futuro. C'è molto da fare, i pericoli non mancano. Ma avere una visione, avere un futuro, ecco cosa può dare fiducia.

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