Trieste, il Tar blocca lo shopping di domenica

Aperture festive dei negozi a Trieste, il Tar dice no. La decisione dei giudici amministrativi accoglie il ricorso della Regione e sospende la delibera comunale che dichiarava Trieste 'città d’arte' e consentiva alle attività commerciali di tenere le saracinesche alzate alla domenica. Soddisfatto l’assessore regionale Ciriani, infuriato il sindaco Dipiazza: «Una follia, ricorreremo al Consiglio di Stato»
I bookmakers del Comune, alla vigilia della camera di consiglio, parlavano di esito praticamente scontato e di vittoria quasi certa per l’amministrazione Dipiazza. I giudici del Tar invece, smentendo ogni pronostico, hanno ritenuto legittime le istanze della Regione assegnandole una prima, pesante vittoria nel duello ingaggiato con Trieste sul terreno delle aperture domenicali dei negozi.


Il Tribunale amministrativo regionale infatti ha accolto la richiesta di sospensiva inserita nel ricorso presentato dall’esecutivo Tondo contro la delibera municipale che attribuisce al capoluogo regionale il titolo di citta d’arte. Delibera approvata proprio per aggirare i vincoli imposti dalla cosiddetta riforma Ciriani e consentire a tutti gli esercizi commerciali triestini di tenere alzate le serrande nei giorni festivi senza incorrere in sanzioni.


Da sabato però quel provvedimento, entrato in vigore a fine marzo, è da considerare carta straccia. Con l’accoglimento della richiesta di sospensiva, infatti, la delibera ha perso efficacia e Trieste non può più fregiarsi del titolo di città d’arte. Di conseguenza i negozi dovranno obbligatoriamente rispettare il tetto delle 29 aperture domenicali e festive all’anno imposto dalla contestata norma regionale. Tetto che vale comunque soltanto per gli esercizi esclusi dal perimetro del centro storico e sopra i 400 metri quadrati di superficie, tra cui Torri d’Europa e Giulia, supermercati e punti vendita della grande distribuzione.


La decisione assunta dal Tar segna dunque un ritorno all’antico e rappresenta un duro colpo per il Comune di Trieste - convinto di aver trovato nelle norme nazionali che disciplinano le città d’arte l’escamotage giuridico capace di dribblare in maniera indolore i vincoli della legge Ciriani -, e una sonora delusione per le tante altre amministrazioni del Friuli Venezia Giulia pronte a seguirne l’esempio. Sul fronte opposto, invece, diventa una freccia preziosissima all’arco della Regione, decisa a richiamare all’ordine i ”traditori” triestini. Questi ultimi però assicurano di voler proseguire la battaglia accelerando i tempi della contromossa. Già lunedì, quindi, approderà in giunta il ricorso davanti al Consiglio di Stato contro l’accoglimento della sospensiva. E subito dopo il disco verde dell’esecutivo, la pratica verrà perfezionata dagli uffici e portata a stretto giro di posta all’attenzione dei giudici romani. Il tutto senza aspettare il giudizio di merito che il Tar del Friuli Venezia Giulia sarà chiamato a pronunciare nelle prossime settimane. Giudizio che però, sostiene l’avvocatura della Regione, è stato in un certo modo già anticipato dall’ordinanza di accoglimento della sospensiva.

Nel testo depositato, infatti, il presidente Saverio Corasiniti e i consiglieri Vincenzo Farina e Rita De Piero parlano esplicitamente della sussistenza del «fumus boni juris»: i giudici amministrativi cioè hanno ritenuto in qualche misura fondato il ricorso della Regione contro la delibera di Trieste città d’arte. Già dal provvedimento di sospensiva quindi - a detta dei legali della Regione, gli avvocati Enzo Bevilacqua e Gianna Di Danieli - arriverebbero chiari segnali di quello che potrebbe essere l’orientamento della sentenza definitiva. Una lettura giudicata plausibile anche da Oreste Danese, difensore del Comune assieme alla collega Maria Serena Giraldi. «Riconoscendo il ”fumus boni juris” il Tar indubitabilmente ha dato delle indicazioni che potrebbero essere confermate poi nel merito e richiedere quindi, da parte nostra, un cambio di strategia - osserva Danese -. Tutto questo, tuttavia, resta nel campo delle ipotesi. Se la situazione fosse già così chiara, evidentemente non servirebbe più il giudizio di merito».

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