TRIESTE: NO AL PENSIERO UNICO

Finite le celebrazioni, finiti i festeggiamenti e i brindisi per l'abbattimento delle barriere di confine fra Italia e Slovenia sono tornati i problemi: problemi vecchi e problemi nuovi. In questa seconda categoria si può subito mettere l'amara sorpresa dimostrata da più di uno per il fatto che in tale circostanza fuori da Trieste nessuno sembra essersi accorto del futuro che si sta aprendo per la nostra città, un futuro che la proietterebbe in un nuovo ruolo di centro strategico, di capitale dell'Europa centro-orientale. Si sa che le sorprese, in particolare le sorprese sgradite come questa, non fanno piacere. Eppure, se sorprese del genere ci arrivano fra capo e collo, verrebbe da dire: chi è causa del suo mal pianga se stesso.


Questa sorpresa infatti è la conseguenza di un problema vecchio, anzi molto vecchio perché ha interessato tutto il Novecento triestino (addirittura è nato un po' prima). Anzi, più che problema lo si potrebbe definire una patologia, forse la più tipica delle patologie triestine: la sindrome da pensiero unico, una sindrome con manifestazioni diverse ma nella sostanza uguale a se stessa. Trieste ha molto amato il pensiero unico e ad amarlo sono stati con pari intensità e con differenze irrilevanti sia gli italiani sia gli sloveni. Chi non si è lasciato contaminare da questa sindrome (che traeva linfa da certe ideologie del lungo Novecento) è stato quasi cancellato dalla storia.


Per una buona metà del lungo Novecento dunque il pensiero unico ha individuato la caratteristica dominante di questa città nella difesa nazionale, ha percepito continui attentati all'identità nazionale e ha pensato di rispondere a tale minaccia con quell'atteggiamento che si chiama irredentismo, cioè il bisogno, l'ansia di essere salvati mettendosi assieme ad altri che erano già stati salvati. È un pensiero unico nel quale poco di costruttivo si può ravvisare perché ha scatenato una parte della società contro l'altra parte, italiani contro sloveni, sloveni contro italiani; e alla fine gli uni sono rimasti accanto agli altri anziché cancellarli.


Nella seconda metà del Novecento, in particolare dalla fine degli anni Cinquanta in poi, la patologia si è manifestata diversamente. Allora il pensiero unico si è chiamato antifascismo, inteso con un forte connotato assai più etico che politico, come elemento normativo, capace di discriminare nella vita associata ciò che è bene da ciò che è male, di distinguere fra chi persegue il bene (comune) e chi lo nega (e che è pertanto da emarginare). È stata sicuramente meno aggressiva dell'altra, ma è servita a estendere nel tempo la sindrome da pensiero unico tanto che, quando poi le fortune dell'antifascismo hanno cominciato a declinare (con il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica), essa si è ripresentata in forma ancora nuova. Il nuovo pensiero unico stabiliva che Trieste diventava una risorsa per l'Italia intera, una risorsa da capitalizzare soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino e l'ingresso dei paesi dell'Europa orientale nel processo di integrazione europea.


Quest'ultima manifestazione del pensiero unico la conosciamo ormai tutti, penso, a memoria perché ci viene di continuo proposta dai più diversi soggetti politici e istituzionali, che sono magari capaci di litigare su tutto fuorché su questo: sul fatto che Trieste è il nuovo centro dell'Europa centro-orientale, è un nodo strategico di comunicazioni, di intermediazioni, di traffici, in definitiva è fonte di futuro sviluppo, di benessere, di ricchezza.


Se dunque la sindrome triestina, nata negli ultimi decenni dell'Ottocento, si è spinta anche all'interno del terzo millennio, dobbiamo chiederci il perché. Beh, un bel po' di merito spetta a quella categoria - molto ampia nella moderne società occidentali - la cui missione consiste nell'interpretare la realtà, gli intellettuali cioè. Perché l'hanno fatto? Semplicemente perché sono uomini anche loro, fatti di carne ed ossa, i quali non hanno stentato a capire che a stare nel mucchio alla fine qualcosa si porta a casa. Ovviamente è discutibile che questo - cioè lo stare nel mucchio - sia la posizione più qualificante per un intellettuale: se uno lavora con la mente dovrebbe infatti sapere che questa è forse il massimo dei beni che ci sono stati dati, e cederla all'ammasso non è proprio il migliore degli usi che se ne possono fare.


Per di più, a rendere ancora più allarmante questa situazione, da ultimo, cioè nella circostanza del Natale appena passato, fra gli adepti del pensiero unico si sono segnalati anche i vescovi della Regione: nelle loro omelie hanno infatti magnificato il futuro che si starebbe aprendo per noi, quasi che la speranza - certo, un elemento fondamentale della fede cristiana - sia speranza di un po' di container in più, di qualche nuova strada o ferrovia, di qualche nuovo apparato burocratico, magari di un po' di quattrini per le tasche di noi tutti. Per loro (e anche nostra) fortuna a correggerli da Roma c'è papa Ratzinger il quale non si stanca di spiegare che la speranza per il cristiano trascende l'orizzonte materiale.


Nel Credo infatti - quello che si recita in tutte le messe e che indica le speranze del cristiano - non mi pare venga detto un qualcosa del genere: credo nel futuro che ci porterà più quattrini. Ma per i laici, per coloro che sono senza papa (o surrogati del papa) chi viene a correggerli? Non saprei proprio. Eppure, se dalla sindrome da pensiero unico non troviamo chi ci libera oppure non riusciamo a liberarci da noi stessi, ciò vuol dire solo una cosa: che ci stiamo asfissiando. Da nessuna parte il pensiero unico ha portato verso "le magnifiche sorti e progressive"; ha portato invece verso l'asfissia. Vogliamo asfissiarci con le nostre mani? Confido che non sia così. Ma se è da più di cent'anni che proclamiamo "lunga vita al pensiero unico", temo che dovrò ricredermi.

Riproduzione riservata © Il Piccolo