Truffa-affitti ma i bengalesi danneggiati ritirano la querela

Truffa degli affitti ai danni di bengalesi, lavoratori dell’appalto di Fincantieri. Ruota attorno a questo contesto il quadro accusatorio sostanziale sostenuto dalla Procura, con il pubblico ministero Laura Collini, alla base di una serie di offerte di alloggi, in realtà “illusorie”, secondo l’ipotesi inquirente. Appartamenti effettivamente reali e fatti visionare dagli interessati, salvo poi veder “volatilizzare” i proponenti del contratto. Ma intanto caparre e anticipi di canoni sarebbero finiti nelle tasche di chi sarebbe diventato irreperibile. A processo sono finiti quattro napoletani, L.F., 39 anni, i padre A.F., nel frattempo deceduto, G.B., 46, V.F., 38, e un genovese, L.T., 41. Le ipotesi di reato contestate erano quelle di truffa in concorso, ricettazione e furto, secondo le specifiche posizioni degli imputati. Parti offese otto bengalesi in relazione alla truffa e tre monfalconesi, proprietari degli immobili che sarebbero stati violati in loro assenza per rendere credibile la proposta di affitto. Le truffe che sarebbero state perpetrate nei confronti dei cantierini asiatici sono procedibili a querela di parte, attraverso quindi la formalizzazione delle rispettive denunce.
Lunedì, al Tribunale di Gorizia, davanti al giudice monocratico Gianfranco Rozze, il processo ha visto ridimensionare il processo in relazione al reato di truffa per il quale si prospetta una serie di estinzioni: sette bengalesi hanno infatti rimesso la querela. Solo una parte offesa intende “resistere”, non avendo rimesso la denuncia. A questo punto pertanto il processo viene di fatto circoscritto all’unico caso di truffa, unitamente però alle ipotesi di accusa di ricettazione e furto, procedibili invece d’ufficio. Il dibattimento continua nei confronti di tre imputati, L.F., G.B. e L.T.. La prossima udienza è stata fissata per il 30 novembre, proseguendo con l’ascolto dei testimoni.
Eventi dunque singoli e distinti, quelli nei quali sarebbero rimasti vittime i bengalesi. Una truffa, secondo sempre le ipotesi di accusa, del valore complessivo di quasi 8 mila euro, il periodo di riferimento in particolare è quello da novembre 2015 a novembre 2016. Le modalità sarebbero state pressochè le stesse. A partire dall’avvicinamento dei lavoratori alla ricerca o comunque interessati ad un alloggio da prendere in locazione. A fronte di ruoli differenziati, i bengalesi sarebbero stati via via raggiunti dalla proposta affittuaria, quindi accompagnati in alcuni appartamenti cittadini per farli visionare. Tutti alloggi completamente arredati, proprietà dei tre monfalconesi ignari delle “visite” nelle proprie residenze, che evidentemente sarebbero avvenute durante la loro assenza. Una volta ottenuto il consenso del bengalese di turno, sarebbe stato richiesto un anticipo economico, a titolo di cauzione, o di caparra, se non anche di spese in ordine alla registrazione del contratto d’affitto. Consegnato il denaro, ipotizza sempre la Procura, subentrava l’irreperibilità. Nessuno si faceva più vivo, anche i telefoni erano irraggiungibili. Nell’ambito del procedimento restano quindi in piedi le accuse di ricettazione e furto, per le quali prosegue il dibattimento. Si parla di beni sottratti dalle abitazioni, anche tessere sanitarie o carte di identità ricondotte dalla pubblica accusa ai proprietari degli alloggi, considerando inoltre la violazione di domicilio. Per molti dei capi di accusa ora non potrà essere accertata l’eventuale responsabilità penale, considerata l’uscita dal procedimento dei sette bengalesi che lunedì hanno deciso per la remissione di querela. Il processo si era aperto nel luglio 2018, era poi intervenuta una serie di rinvii, per approdare alla prima udienza dedicata all’ascolto dei testi il 14 ottobre 2019. A rappresentare gli imputati gli avvocati Giovanni Iacono, Alberto Tofful, Laura Luzzatto Guerrini e Denis Bevilacqua.—
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