TUTTI I VELENI DELLA CRISI

La linearità e la coerenza di Romano Prodi vengono messe a dura prova dalla difficoltà senza precedenti della situazione politica. Incassata la fiducia della Camera dei deputati che, però, non era mai stata in discussione - date le dimensioni numeriche della maggioranza di governo, i propositi di Prodi, che chi vuole la crisi deve guardarlo in faccia e votargli contro in Parlamento, assumendosene tutte le responsabilità, stanno per essere messi a dura prova. Infatti, è molto probabile che in Senato la maggioranza non esista più e che, pertanto, una sconfitta netta comporterebbe effetti gravi su tutto il percorso della crisi.


La linearità e la coerenza di Prodi finirebbero per trasformarsi da apprezzabili virtù, politiche e istituzionali, in ostinazione e rigidità personalistiche e criticabili che renderebbero difficile quasi tutti gli scenari successivi ipotizzabili. Una eventuale tabula rasa delle alternative preoccupa giustamente sia il segretario del Partito democratico Walter Veltroni sia, e conta di più, il Presidente della Repubblica. Un primo ministro palesemente sconfitto nel voto di fiducia deve andarsene. Non potrà ottenere il reincarico e non potrà essere lui a sovrintendere le elezioni. Dovrà passare la mano in una situazione di estrema incertezza. Da un lato, il Partito democratico, il cui segretario ha commesso l’errore clamoroso di dichiarare che andrà alle urne da solo, non è certamente ancora pronto per eventuali elezioni anticipate. Dall’altro, il Presidente della Repubblica, che ha ripetutamente avvertito i parlamentari della assoluta necessità di scrivere una nuova legge elettorale prima del voto, non potrà dare vita a un nuovo più snello governo affidato allo stesso Prodi con compiti chiari e limitati.


Per di più, Napolitano è perfettamente consapevole che Berlusconi, Fini e Bossi vogliono elezioni subito, anche senza introdurre correttivi nella legge elettorale in quanto sono sicuri di vincere alla grande sia alla Camera che al Senato. Insomma, ci sarebbe pochissimo spazio di mediazione e, soprattutto, non sarebbe per niente facile individuare una personalità in grado di guidare un governo per fare le riforme necessarie. Prodi è evidentemente indeciso sul da farsi. Vuole concludere questa sua esperienza di governo uscendo a testa alta da Palazzo Chigi, ma, così facendo, scontenta il Partito democratico e ne affonda le prospettive nel breve periodo.


Lo stesso giudizio storico sul suo operato potrebbe essere meno positivo se le conseguenze politico-istituzionali di una esplicita sfiducia al Senato ricadessero negativamente sul sistema politico italiano, costretto a una nuova campagna elettorale con regole inadeguate. Naturalmente, neppure le accelerazioni di Veltroni, le sue impazienze, le sue prese di distanza possono essere giudicate con benevolenza e assolte. Al contrario. Non è affatto certo che il dibattito al Senato potrebbe servire ad ascoltare quali siano, oltre al ritornello "elezioni subito", le proposte, se ne esistono, del centrodestra. Non soltanto a Prodi può essere venuta in mente la frase di Eduardo de Filippo: "A da passà a nuttata", ovvero la notte, forse, porta consiglio.

Riproduzione riservata © Il Piccolo