Uccise due soldati a Lussino, condannato a quindici anni

LUSSINPICCOLO. Condannato in contumacia a 15 anni di prigione per avere ucciso due militari croati e tentato di uccidere un terzo. È la sentenza emanata dal tribunale regionale di Fiume a carico di Vlado Grbin, croato nativo di Pola, che all’epoca della tragica vicenda era capitano dell’Armata popolare jugoslava. Grbin è stato al centro del più cruento episodio verificatosi durante la guerra croato–serba nella regione insulare del Quarnero, precisamente a Lussino. La sera del 16 ottobre 1991, Grbin – fuggito dopo l’accaduto in Serbia e dove probabilmente si nasconde – tese un’imboscata ad un gruppo di soldati croati, che si trovavano nelle vicinanze della caserma militare jugoslava a Velopin, nell’area di Cigale. Si era in pieno conflitto: scontri e bombardamenti si verificavano in diverse zone del Paese, ad eccezione dell’Istria e del Quarnero dove però non mancavano provocazioni tra i croati e i soldati con la stella rossa. Grbin, così nella ricostruzione confermata da ex soldati jugoslavi e dai reduci croati rimasti illesi, attese il drappello nemico nel cortile di villa Flora, assieme a due militari di leva, i 18enni Petar Petrovi„ di Požarevac (Serbia) e Radovan Andji„ di Bijeljina (Bosnia). Quando il gruppetto giunse nelle vicinanze di Grbin, questi sparò una raffica dal suo fucile mitragliatore, 30 colpi, che raggiunsero Rifet Musti„ e Mladen Buja›i„, uccidendoli all’istante. I loro tre commilitoni, Herkul Alaburi„, Željko Kruli„ e Valter Daj›i„, si salvarono per puro miracolo, anche perché il capitano scagliò contro di loro una bomba a mano che colpì uno di essi alla schiena ma senza esplodere. La corte, dopo anni di perizie e testimonianze, ha concluso che i due soldati di leva non avevano alcuna colpa e li ha assolti, concentrando le sue attenzioni su Grbin, che le allora autorità jugoslave fecero sparire per evitare che la popolazione isolana reagisse contro l’Armata, in procinto di abbandonare l’isola.
Andrea Marsanich
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