UN BRUTTO SEGNALE
Scorrendo le molteplici previsioni per l'economia mondiale e italiana nel 2008 si dovrebbe stare abbastanza tranquilli. Quasi tutte ipotizzano un moderato rallentamento nella crescita, ma nulla di particolarmente grave. Per citarne una tra tutte,certamente tra le più autorevoli, quella dell'Oecd, si stima che il prodotto nazionale lordo cresca nel 2008 dell'1,3% in Italia, dell'1,9% nella zona dell'euro e del 2% negli Stati Uniti. Purtroppo quasi tutte le previsioni sono accompagnate spesso in maniera non esplicita, da molti se: se non accade questo, se non succede quest'altro. Gli interrogativi principali riguardano gli sviluppi della crisi finanziaria avviatasi con ormai ultranoti mutui sub-prime, i prezzi del petrolio (e i cento dollari al barile raggiunti ieri sono un primo cattivo segnale) e delle altre materie prime agricole e non agricole con le conseguenti tensioni inflazionistiche, la possibilità che l'America non cada in recessione.
Sono tutte questioni strettamente interconnesse di modo che l'immagine del castello di carte in cui se cade una torre tutto crolla o se regge si vince il premio, è forse l'immagine più esatta. Per semplificare si può tentare di considerarle separatamente. La crisi finanziaria è prevalentemente una crisi di fiducia reciproca tra i principali operatori. Con le cartolarizzazioni, vale a dire con l'emissione e il collocamento di titoli garantiti da prestiti da loro stesse concessi, le banche di tutto il mondo pensavano di essersi liberate degli stessi e poter utilizzare il proprio capitale per nuove operazioni. Invece molte di loro hanno finanziato chi acquistava tali titoli e quando i prestiti sottostanti si stanno rivelando non validi dovranno sopportarne le perdite. Il problema è che nessuno sa chi e in quale misura se le dovrà caricare. Le stime che circolano oscillano tra i 400 e gli 800 miliardi di dollari. Se fossero a metà tra questi due valori equivarrebbero ad un terzo del capitale delle banche americane ed europee: un vero disastro, salvo che non intervengano nuovi aumenti di capitale.
Fortunatamente i fondi pubblici asiatici o del golfo persico hanno iniziato a farlo nei riguardi di colossi come Citigroup, Morgan Stanley e Ubs e non si tratta di briciole. Forse nel medio-lungo periodo questi nuovi azionisti potrebbero porre dei problemi, ma nel breve la loro fiducia è un elemento che riduce la crisi di fiducia e, quindi, aiuta a pensare che il se relativo alla mancata crisi finanziaria si possa accantonare. Non altrettanto si può agevolmente dire per i prezzi del petrolio e delle altre materie prime. I prezzi sono aumentati in larga misura perché è cresciuta la domanda, soprattutto da parte della Cina, ed in qualche misura più limitata perché su questa tendenza si è inserita la speculazione. Sul primo di questi fattori molti osservatori notano che potrebbe influire positivamente il rallentamento della crescita, ma sembra che Opec voglia difendere il livello di $ 90. Sulla speculazione c'è poco da sperare: è assai più probabile giuochi al rialzo, che al ribasso. La Bce è notevolmente preoccupata di una ripresa dell'inflazione e, quindi, poco propensa ad abbassare i tassi. Il che non agevola certo la crescita economica.
Paiono, invece, leggermente positive le prospettive sul terzo se, quello della recessione americana. Il ribasso del dollaro sta aiutando le esportazioni il che aiuta i profitti e il conseguente clima di fiducia. Anche i consumi paiono tenere ed i prezzi delle abitazioni sono in calo, ma non crollano. Essendo un anno elettorale le aspettative sono che la Federal Reserve riduca ancora i tassi di interesse, senza raggiungere i troppo bassi livelli che hanno incentivato il boom edilizio e salvato le borse, accentuando i pericoli inflazionistici. Con due se su tre che paiono risolversi positivamente, non è troppo azzardato pensare che anche nel 2008 le previsioni moderatamente positive della maggior parte degli osservatori si realizzino. I pericoli maggiori, oltre che dai sempre possibili imprevisti, vengono dall'inflazione. Speriamo le tristi esperienze degli anni 70 e 80 in materia siano di ammaestramento a governanti e a governati, perché i primi poco possono se i secondi non usano anche loro il cervello.
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