UN GOVERNO ONDIVAGO

È stato necessario il ventesimo ricorso al voto di fiducia per convertire in legge il decreto che stabilisce la spesa di buona parte, se non di tutta, l'eccedenza di entrate che lo Stato ha potuto registrare rispetto al preventivo di quest'anno. Sull'ammontare di questa eccedenza le valutazioni sono ancora assai discordi; fatto sta, comunque, che col solo decreto approvato ieri dalla Camera ne sono stati spesi ben sei miliardi e mezzo, un mezzo punto di Pil, che non è certamente poco. La quota più consistente di questa spesa, per altro, è dovuta e non rinviabile. Si tratta di fondi necessari per l'operatività di diversi enti (ferrovie, poste, Anas, scuola, eccetera) e per la estensione a banche ed assicurazioni, imposta dalla Commissione di Bruxelles, di quella riduzione del cuneo fiscale che si conferma così sempre più inutile, sempre più costosa e, perciò, sempre più sciagurata. Il resto riguarda spese più politiche, nel senso che potevano anche essere evitate o rinviate.


Ma si tratta di un aumento delle pensioni più basse il cui potere d'acquisto in questi ultimi anni è stato fortemente eroso; si tratta di qualche agevolazione per i giovani, che a causa del precariato non solo vivono senza certezze sul reddito del quale possono disporre, ma vedono pregiudicata anche la possibilità di costruirsi una posizione previdenziale; si tratta del recepimento, e dei relativi effetti sul gettito, dell'accordo stipulato con le categorie produttive per l'ammorbidimento degli studi di settore. Insomma, sulla proprietà di queste spese, non solo per un governo che deve tenere insieme le diverse anime del centro-sinistra, ma anche per un governo intenzionato almeno a ridurre gli effetti della sperequazione distributiva che, nella disattenzione più generale, è fortemente aumentata negli anni più recenti, è difficile obiettare. C'è da obiettare, invece, sul modo col quale a queste decisioni si è giunti e, soprattutto, sulla negativa impressione che il governo genera di non procedere sulla riduzione della spesa con la stessa determinazione che dimostra quando si tratta, pur per motivi condivisibili, di aumentarla. Il modo, intanto.


L'atteggiamento del governo sullo stato dei conti pubblici è stato, a dir poco, ondivago. Per quanto maggiore possa essere stato lo slancio dei contribuenti italiani nel pagare le tasse, e per quanto efficace possa essere stato il contrasto della evasione, rimane il sospetto che per ragioni di mera opportunità politica, prima la situazione possa essere stata dipinta molto più nera di quanto realmente fosse, ed ora, al contrario, molto più rosea di quanto effettivamente sia. E questo sospetto induce a chiedersi: fino a che punto la sfida ai moniti ed alle richieste delle autorità deputate alla tutela della stabilità monetaria e finanziaria - dal Governatore della Banca d'Italia, alla Commissione europea, al Fondo monetario - è giustificata dall'ottica rigorista e tecnocratica delle loro analisi, e quanto invece dal prezzo che si sta pagando alla tenuta della maggioranza? Se c'è qualcuno in grado di dare una risposta documentata e convincente, noi non ne abbiamo notizia. Indipendentemente dalla risposta che si può dare a questa domanda c'è, poi, un problema di dimensione della spesa.


L'attuale governo ha trovato una spesa prossima alla metà del prodotto interno lordo. Con riferimento agli altri principali Paesi europei, sappiamo che sei-sette punti percentuali sono costituiti dall'onere per gli interessi sul debito e, dunque, vengono reimmessi nel sistema economico a beneficio di chi, prima dell'aggiustamento che fu fatto per partecipare all'Unione monetaria, ebbe la possibilità di investire in Buoni del Tesoro a tasso fisso il cui valore si è poi moltiplicato generando quegli accumuli di ricchezza finanziaria che costituiscono una specifica connotazione del nostro Paese. Ciò nondimeno, si rendeva necessaria una azione di riqualificazione della spesa tanto più incisiva in quanto, insieme ad una maggiore efficienza, doveva anche perseguire un contenimento. Almeno finora, invece, il governo ha, si, riqualificato la composizione della spesa a beneficio delle categorie più deboli, ma ha anche speso una somma consistente per una promessa fiscale nella quale si era fatto improvvidamente trascinare al tempo della campagna elettorale (il cuneo fiscale), e soprattutto ha fatto poco o nulla per ridurre.


Di conseguenza, ha fatto lievitare la spesa addirittura oltre la metà del Pil ed ha dovuto accantonare ogni intento di restituire come riduzione delle aliquote il maggior gettito che sarebbe stato prodotto dalla lotta all'evasione e da una più sentita coscienza fiscale. Rimane da accertare se non stia venendo meno anche all'intento di consolidare l'equilibrio dei conti pubblici. In ogni caso, spendere soltanto, sia pure per condivisibili motivi, non può bastare.

Riproduzione riservata © Il Piccolo