«Un impegno morale il pagherò del Comune»

Il “pagherò” di carta che il Comune darà in mano alle imprese che lavoreranno alle sue (scarsissime, si capisce) opere pubbliche per quest’anno «è una cosa, assieme a una situazione generale, e ai rapporti con le banche, che non si vedeva dal dopoguerra, anche se io sono nato dopo» dice sconfortato Donatello Cividin, costruttore e presidente dell’Ance provinciale. Ma il provvedimento di garanzia del credito viene accolto con favore: «Non so che cosa ne pensi tutta la mia categoria, ma a me pare già un sistema evoluto che un ente pubblico s’inventi qualche cosa che sia scontabile in banca, che il Comune si assuma la responsabilità morale verso gli imprenditori. Ne ho visti tanti nelle riunioni romane di colleghi depressi, ne ho sentiti tanti di piagnistei continui... Noi finora eravamo protetti dalla Regione, che aveva trovato il sistema di ammortizzare e calmierare il patto di stabilità, dando ossigeno ai Comuni. Dalla scorsa estate tutto questo è finito - prosegue Cividin - e dunque è cominciato anche qui il peggio, le imprese sono in sofferenza spaventosa per i crediti, e i Comuni quand’anche pingui di denaro non possono pagarle... E le banche? Sono imprese anche quelle, dovrebbero però ricordarsi che se uccidono il mercato muoiono pure loro. Se qualcuna riconoscerà la carta di garanzia come moneta, al Comune andrà il nostro plauso».
Il patto di stabilità regionale (il divieto di spesa pubblica oltre il tetto stabilito) è stato in accordo col governo sbloccato in Fvg lo scorso 18 aprile, Trieste ha avuto licenza di movimentare 12 milioni e ha subito pagato conti per 10, così in cassa ne restano 2 per tutto il resto dell’anno: una cifra irrisoria. Per i lavori pubblici saranno garantiti i 4 milioni statali del “Piano città” (restauro delle due ex caserme Beleno e Duca delle Puglie) e i 5,7 milioni del fondo Pisus, soldi guadagnati con buoni progetti pronti. Ma le manutenzioni di strade e scuole, entrambe disastrate, del verde, e di tutto il resto?
Ben più amaro è il punto di vista dell’impresa piccola e minima. Per Enrico Eva, direttore generale di Confartigianato, la “carta” al posto dei soldi «è solo nuova burocrazia, un altro cortocircuito, perché non è scontato che le banche facciano il prestito, si crea solo un’illusione, si tratta di una cambiale pubblica, che dice: “ti pagherò, ma non so quando”. Le banche non vedono di buon occhio una simile prospettiva. L’unica cosa che ci può salvare - prosegue Eva accorato - è che lo Stato decida la compensazione fra debiti e crediti a valere sulle tasse, altrimenti non se ne esce: ho l’ufficio pieno di imprenditori che hanno lavorato, non hanno incassato, hanno dovuto anticipare il pagamento dell’Iva, e sulla base di una fattura non onorata devono adesso pagare le tasse. E vanno in banca a fare nuovi prestiti, per pagare tasse sul niente». L’8 giugno Confartigianato nazionale ha un incontro coi presidenti di Camera e Senato per premere sulla compensazione debiti-crediti. «Non può lo Stato farti fare un lavoro - sottolinea Eva con esasperazione -, non pagarti, e su quella cifra esigere tasse, è una follia. L’unico risultato del “pagherò” - conclude - è che le aziende non vorranno più lavorare per il Comune. Oppure, per coprirsi di fronte a un pagamento dilazionato e incerto, aumenteranno i prezzi a dismisura». E tanto meno, dunque, il Comune potrà pagare.
Infine Eva fa un appello: «Il Comune alza l’Imu del 9,3% sulle seconde case e sui fabbricati? Capisco le difficoltà di bilancio del bravo sindaco Cosolini, ma è indispensabile che il capannone che serve per fare impresa sia equiparato alla prima casa. È la “prima casa di lavoro”, e così andrebbe considerato».
Gabriella Ziani
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