UN PAESE SENZA REGOLE

La conferenza stampa di ieri del ministro Mastella è una espressione eloquente del dramma italiano, la rappresentazione di un Paese alla deriva e senza regole. Lo è l'evento in sé e lo sono gli altri eventi cui rimanda. Dopo esser stato accusato in una trasmissione televisiva il ministro di Grazia e Giustizia ha organizzato una conferenza stampa per attaccare sia i giudici che la televisione pubblica. Sono colpevoli di averlo criticato troppo, e per lavare l'offesa ha agitato lo spettro delle dimissioni del consiglio di amministrazione della Rai. Mastella dunque non ha chiesto solo l'allontanamento di un conduttore televisivo: lo aveva fatto già a suo tempo Berlusconi, sempre in riferimento a Santoro, e ci aveva aggiunto anche un pericolosissimo sovversivo come Biagi.


No, Mastella ha parlato di dimissioni dell'intero consiglio di amministrazione della Rai: è difficile far ironia sullo statista di Ceppaloni, non viene proprio da ridere. Per la verità il ministro – riferiscono le cronache – non ha visto la trasmissione, pur conoscendone l'argomento: si era concesso un po' di relax con i suoi cari in un ristorante romano, per ironia del caso si chiama «Lo sgobbone». Va aggiunto che neppure il presidente del Consiglio Romano Prodi ha visto la trasmissione, eppure l'ha criticata basandosi su quel che ne ha letto. Nel giro di pochi giorni dunque il nostro ministro di Grazia e giustizia è salito alle cronache per due questioni: quest'ultima riguarda due architravi della democrazia – da un lato il rapporto fra i tre poteri dello Stato, dall'altro l'informazione –, quella precedente riguardava invece un volo di Stato goduto abusivamente. Un accostamento difficile da commentare, davvero.


È difficile da commentare anche la cecità di una classe politica che ha portato all'estremo la sfiducia -se non peggio- degli italiani nella democrazia dei partiti senza neppure accorgersene. E che continua a chiudere gli occhi ancora ora. La nostra classe politica non ha capito neppure quanto la situazione sia oggi ben più grave rispetto all'esplosione del "qualunquismo" di Guglielmo Giannini, nell'Italia dell'immediato dopoguerra. Il qualunquismo di allora faceva presa sulle insicurezze e le diffidenze del paese nei confronti di una democrazia che non conosceva più, dopo vent'anni di fascismo.


Quella ventata era, in qualche modo, "paura della libertà": proprio per questo il dilagare del qualunquismo fu tanto impetuoso quanto effimero. L'antipolitica di oggi si basa invece sulla piena conoscenza di quel che è rimasto della "democrazia dei partiti", sulla consapevolezza del degrado cui è giunta. Per questo è molto più grave del movimento di Giannini, ed è difficile che sia altrettanto effimera. La conferenza stampa di Mastella è però solo una parte del dramma, ed anche quel che l'ha preceduta e provocata è lo specchio di un paese in sfacelo.


La giustizia e il giudice sono sacri, ma è difficile difendere questa sacralità quando sono gli stessi giudici a infrangerla. E' una sacralità che si basa sulle sentenze, sulla loro equità e sul loro rigore: questo dev'essere il linguaggio dei giudici. Se si mettono sullo stesso piano (inclinatissimo) e sullo stesso barcone delle polemiche hanno abdicato al loro ruolo. Questo è successo giovedì sera, questo hanno fatto Luigi De Magistris e Clementina Forleo, e i primi a protestare dovrebbero essere i giudici che ancora credono nel loro ruolo. Non è successo, a quel che se ne sa, e certo non è successo con la forza e la visibilità che sarebbero necessarie. Vi è poi il ruolo della televisione pubblica, e qui la questione è delicatissima perché riguarda un altro nodo cruciale, il rapporto fra potere politico e informazione. E' bene non essere unilaterali: nei giorni scorsi un giovane e bravo dirigente televisivo, Andrea Salerno -autore o coautore di programmi come L'ottavo nano, Per un pugno di libri, Il caso Scafroglia, Parla con me, La Superstoria, ecc.- ha lasciato la Rai senza sbattere la porta ma dicendo comunque che neppure il centrosinistra incoraggia la satira. E' bene non essere unilaterali, dunque, ma non si può neppure essere reticenti.


E' necessario cioè interrogarsi pacatamente sul ruolo della televisione pubblica, e sull'equilibrio che il cittadino deve attendersi da essa. Utilizzare i giudici come richiamo, ricercare l'audience alimentando lo scontro fra i poteri dello stato non sembra giusto. Non sembra neppure morale, e i moralisti come Santoro dovrebbero saperlo.

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