UN SISTEMA INCEPPATO

Se a parlare non fosse la Banca d'Italia ci sarebbe da non crederci. Dal 2000 al 2006 il reddito delle famiglie italiane - la cui persona di riferimento sia un lavoratore dipendente - è rimasto praticamente fermo (+0,3%) considerando gli incrementi del costo della vita. In sostanza, le retribuzioni hanno tenuto il passo con l'inflazione e basta. Al contrario, il reddito della famiglie con capofamiglia lavoratore autonomo - il caso andrebbe attentamente valutato - è cresciuto nello stesso periodo del 13,1%. Piove dunque sul bagnato; si conferma ancora una volta l'emergenza-salari proprio quando l'interlocutore Governo scompare dall'orizzonte del negoziato che avrebbe dovuto affrontare questi temi.


La problematica del reddito del lavoro dipendente, tuttavia, è troppo seria per essere strumentalizzata nel crogiuolo di un dibattito politico che si divide sulla scelta di votare anticipatamente ad aprile o a giugno o, secondo i più ottimisti, tra un anno da oggi. Una situazione tanto critica ha radici profonde, viene da lontano e, quindi, non avrebbe potuto trovare adeguata soluzione mediante la spartizione di un tesoretto di cui restano incerte sia le dimensioni sia la natura strutturale; e neppure attraverso qualche ritocco marginale delle aliquote per timore di perdere gettito a carico dei contribuenti vessati dal sostituto d'imposta. Più confortanti sono gli andamenti del reddito familiare medio annuo per effetto probabilmente dell'aumento dell'occupazione. Ma nel complesso il giudizio resta preoccupante e soprattutto i dati evidenziano un sistema contrattuale e di relazioni industriali che non funziona più.


Naturalmente si sono levate le proteste dei sindacati, gli stessi che avevano minacciato, prima della crisi politica, uno sciopero generale contro il governo amico, se non fossero venute risposte sollecite alle loro rivendicazioni. È appena il caso di far notare tuttavia che, in quanto protagonista primario delle politiche salariali, il movimento sindacale non può autoassolversi per la ”Caporetto” delle retribuzioni degli italiani. In questi anni, dal 1993 in poi, le confederazioni sindacali hanno scambiato un ruolo di codecisori delle politiche pubbliche di spesa (le pensioni sono state il tema prioritario) con una linea di moderazione salariale. Cgil, Cisl e Uil hanno esercitato tutta la loro influenza al momento delle leggi finanziarie, delle riforme dei modelli di welfare e della contrattazione del pubblico impiego. Paradossalmente, in Italia, sono più elevate le retribuzioni dei settori improduttivi (la pubblica amministrazione, innanzi tutto) che nei comparti dove ”si fanno girare le macchine”.


Se si vuole andare al fondo delle questioni, tuttavia, non basta una ri-sindacalizzazione dei sindacati nel senso di una loro maggiore attenzione alla condizione dei lavoratori piuttosto che alla politica. Alla base della crisi retributiva del lavoro dipendente vi sono aspetti strutturali che sarebbe sbagliato sottovalutare. E non si tratta soltanto della tosatura fiscale delle buste paga. Sulle nostre performance salariali pesa il cattivo andamento della produttività.


Uno studio della Bce mostra dei dati implacabili per il Belpaese. La produttività del lavoro nel periodo 1999-2007 è cresciuta, nel totale dell'economia, dell'8,3% in Germania e del 9,4% in Francia, mentre è calata dello 0,5% da noi. Il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato dello 0,6% in Germania, del 15,5% in Francia, del 22,5% in Italia. Trend analoghi si riscontrano nel solo comparto industriale (inclusa l'energia). Ovviamente, nessuno è autorizzato ad arrivare alla conclusione (sbagliata) che i dipendenti italiani lavorano poco. Ma la ricchezza, per di poterla redistribuire, occorre saperla produrre; prima di porsi il problema di come tagliare la torta.

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