UNA CRISI DI SISTEMA

La sequenza di queste settimane ci parla di un sistema politico-istituzionale che sembra giunto al culmine di una crisi dalla quale non si intravede una via d’uscita. Non si tratta di sapere se il governo reggerà o no alle prove dei prossimi giorni. Il problema è che se si andasse al voto, lo faremmo dopo aver constatato il fallimento dell’ennesimo tentativo di cambiare, come se la politica fosse irriformabile. E chiunque vinca rischierebbe di fare i conti con la governabilità difficile sperimentata da Prodi. Questo sembra il nodo che emerge dietro le storie differenti dei rifiuti di Napoli, della contestazione al Papa, delle dimissioni di Mastella, della condanna di Cuffaro, della richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi.


La politica sembra aver raggiunto il suo momento di massima debolezza dopo e nonostante il tempo del «vaffa». Il sistema rivela i suoi limiti, la sua incapacità a autoriformarsi, ad aprire una fase nuova. Come al tempo di Tangentopoli, le vicende giudiziarie rappresentano la frattura che più si presta a sintetizzare la paralisi. Ciò che colpisce di queste inchieste, da quello che si sa, è che fanno affiorare il volto peggiore della politica, vale a dire la distribuzione delle cariche sulla base della appartenenza o delle amicizie personali: la casta. Fatti gravi, che corrodono l’etica pubblica di un Paese. Ma quello che non è chiaro è se siano violazioni che occorre sanzionare con il codice penale, quindi, attraverso la magistratura, piuttosto che con il voto degli elettori, secondo la regola della democrazia. Al tempo di Tangentopoli possono esservi stati degli eccessi, ma era chiaro che i magistrati indagavano su reati ben identificati: tangenti, passaggi di denaro, finanziamenti illeciti a partiti, correnti, leader. Le inchieste di oggi mettono in luce l’industria della lottizzazione nella sanità o persino quella delle raccomandazioni delle attrici.


Ci troviamo di fronte alla tendenza arrogante della politica ad assoggettare la pubblica amministrazione ai suoi interessi particolari, come fosse un suo feudo. Un’anomalia più diffusa da noi che in Europa, alla quale le forze politiche hanno saputo opporre solo un assolutorio così fan tutti. Ma dobbiamo esprimere una condanna morale e politica, oppure dobbiamo ricorrere allo strumento repressivo del giudizio penale? Questo confine, oggi, appare meno definito rispetto ai tempi di Tangentopoli. Per questo le intercettazioni, da una parte, hanno fatto deflagrare la crisi di credibilità di una politica vorace; dall’altra ha posto in evidenza la crisi opposta della giustizia che non si comprende se entri in campo perché esistono dei reati da colpire o perché tentata di svolgere un ruolo di supplenza. I pm dovrebbero rappresentare l’ultima trincea dell’etica pubblica, non la prima. Ma alcune inchieste recenti, da Catanzaro alla Campania, non si sa fino a che punto siano solide. La giustizia, così, rischia di diventare l’altra faccia di uno Stato che, come spiega Pasquino nel suo libro «Strumenti della democrazia» non custodisce il «segreto efficiente» di far funzionare le istituzioni.


E suscita il sospetto che possa essersi infranto l’equilibrio tra poteri e sia in corso un conflitto tra corporazioni. Due studiosi, Katz e Mair hanno descritto per tempo come il declino della presenza sociale dei partiti, li abbia fatti ripiegare sulle istituzioni. E come lo Stato giochi il ruolo di redistributore di risorse per loro conto. I partiti si identificano con le oligarchie, diventano un ceto, un cartello. Questa trasformazione (il «party in public office») alimenta il distacco dalla società. La sfiducia che si sente respirare, l’antipolitica che torna a montare, sembrano i segni di una reazione sociale al ridursi degli spazi della democrazia rappresentativa. Anche se un dato positivo c’è: la protesta sembra indicare non tanto un calo della domanda di democrazia quanto una esigenza di partecipazione dal basso, di correzione da parte di un’opinione pubblica che vuole esercitare il suo potere di controllo.


L’indignazione dei cittadini fa affiorare il bisogno di una risposta politica all’antipolitica, la richiesta di un sistema che decida con trasparenza e soddisfi la domanda sociale. È questa la sfida che il sistema, soprattutto i due maggiori partiti delle due coalizioni, ha di fronte: farsi carico di una svolta che faccia uscire l’Italia dallo stato di debolezza istituzionale, di frammentazione, di occupazione del pubblico, dai ricatti per avviare una nuova stagione. Veltroni ieri ha dato la sua risposta, sentiremo quella di Berlusconi e degli altri. Ma o si affronta la crisi che blocca il Paese nella transizione o non si riuscirà a costruire un nuovo futuro.

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