UNA DIGA FRAGILE
Costruire una diga è sana e salutare impresa se il calcestruzzo tiene e la struttura regge. In questo caso si imbrigliano le acque, si evita che la piena allaghi e semini ovunque palude. Ma se si mette in piedi uno sbarramento con materiale di riporto, se il cemento è poroso, la diga, dopo aver fatto alzare il livello delle acque, cede di schianto e il lago artificiale vien giù dalla breccia come valanga. In questo caso non allaga, distrugge. Che tipo di diga è l’incarico a Marini? Del primo tipo, cioè quella che contiene l’alluvione di elezioni "torbide" perché fatte con la vecchia, sbagliata, dannosa legge elettorale? Oppure è del secondo tipo, una muraglia di calcinacci e arbusti che gonfia il nervosismo e l’ansia del Paese e che, se non smontata in fretta, moltiplica il disastro che si voleva prevenire?
Il dubbio è ben presente anche nella testa e nelle parole del Capo dello Stato che ha conferito l’incarico e di Marini che lo ha accettato. Napolitano sente il bisogno di precisare che non è una scelta "dilatoria", fatta per prendere e rubar tempo. Limita l’incarico alla sola verifica di "una possibilità di consenso sulla riforma elettorale", sottolinea che si verificherà in "tempi brevi". Marini gli fa eco con lo stesso aggettivo: "brevi". Dunque è una diga fatta con materiali esili, molto esili e che, a tenerla in piedi a lungo, porta rovina.
La calcina più forte, l’unica alla quale Napolitano e Marini possono per un po’ affidarsi è l’assenza di una maggioranza netta in Parlamento per sciogliere subito le Camere. Ma è calcina che si sgretola se non arriva il cemento armato di una maggioranza in Parlamento per una riforma elettorale. Anche questa maggioranza oggi non c’è. Se Marini vuole presentarsi alle Camere con un suo governo e chiedere la fiducia, se non rinuncerà entro pochi giorni, a quell’appuntamento deve arrivare con una proposta precisa di riforma. E ogni volta che la riforma elettorale da necessità da tutti condivisa si è provato a trasformarla in concreta legge, mai una maggioranza si è trovata che la approvi e la voti.
Marini proporrà una legge proporzionale con sbarramento al 2/3 per cento? Avrà con sè i piccoli partiti di destra e sinistra, non avrà Forza Italia, An e forse neanche il Pd. Un proporzionale con sbarramento al 5/7 per cento? Svanisce il consenso di Mastella, Dini, Pecoraro, Diliberto ed è praticamente impossibile arrivi quello di Berlusconi, Fini e Bossi. Un sistema che favorisce la formazione di due grandi partiti? Niente consenso di Rifondazione, An, Udc e di tutti i partiti nanetti.
Il corretto e comprensibile scrupolo costituzionale e civile di Napolitano a non sciogliere subito le Camere prima di aver tentato comporta il rischio di innamorarsi dell’idea di fermare il fiume che scorre verso le urne con i sacchetti di sabbia di una maggioranza improbabile da trovare nelle pieghe del Senato. Non sarebbe una buona idea, esalterebbe le pulsioni eversive che già lampeggiano nel centrodestra, suonerebbe come espediente per non votare, impedirebbe la salutare scomposizione di fronte all’elettorato di quella che fu l’Unione. Marini, incaricato di trovare un rimedio alla sciagura di votare con questa legge elettorale, ha ben poche possibilità di riuscirci. Provarci è coscienzioso obbligo. Ma, soprattutto, c’è l’obbligo di evitare che il rimedio sia peggiore del male.
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